Le ciliegie duracine di Tarcento

A Sammardenchia di Tarcento Attilio Vidoni rievoca l’epopea delle ciliegie duracine, un tempo esportate in tutta Europa e ora del tutto dimenticate, intrecciandola con i dolorosi ricordi del terremoto. 

Giugno, e il pensiero corre spontaneo alle ciliegie, le famose ciliegie duracine di Tarcento, chissà se ne è rimasto qualche albero? I miei informatori mi consigliano di rivolgermi a Attilio Vidoni di Sammardenchia, agricoltore da sempre e cultore delle antiche tradizioni che ha da poco raccolto sulla carta in un bel libro intitolato appunto “Sammardenchia. Il mio paese: tradizioni perdute”. Attilio e sua moglie Maria Teresa abitano in cima alla collina, in una casa verde accanto alla chiesa (orribilmente) ricostruita dopo il terremoto. Quando ci arrivo il signor Vidoni, 80 anni portati con baldanza, è appena tornato dal campo con una carriola carica di erba fresca per le sue due mucche. Una margherita gialla spicca in cima al mucchio e il profumo dell’erba appena tagliata si sparge sotto il portico della casa.

Ciliegi a migliaia

“Vorrei parlare con lei delle ciliegie, se è possibile – esordisco.” “E’ tutto stampato qui nella mia testa – mi risponde – non è che ci devo pensare su per ricordarmi. Che io sappia i ciliegi qui ci sono sempre stati. Di piante ce n’erano a migliaia, miârs e miârs… Di qualità di ciliegie, oltre a quelle selvatiche (suisui), piccolissime e amarognole, ce n’erano tre: la cassia, la beliciza e la duracina. La cassia era la prima, maturava 10 giorni prima delle altre, era un’ottima ciliegia ma molto delicata: se piove molto le ciliegie si spaccano e marciscono perché l’acqua ristagna nella conchetta alla base del picciolo. Adesso di cassie non ce ne sono proprio più. Di belicize ce n’erano poche, forse 1-2 alberi per famiglia, erano ciliegie destinate al consumo familiare perché tendevano a marcire facilmente. Le duracine invece, come dice il loro nome, duravano, e per questo avevano il loro prezzo. La duracina è una ciliegia nera nera, resistente, la usavano anche per fare sciroppi, torte, per mettere sotto grappa, oppure per fare la grappa: con un quintale di duracine si facevano 10 litri di grappa, mentre con le altre qualità solo la metà.”

Possiamo parlare di una pianta autoctona? “Che io sappia si trova in tutta Italia, viene ovunque ma non ha lo stesso sapore, la duracina di Vignola sarà anche più bella e più grossa ma non ha niente a che fare con quella di Tarcento. E’ un po’ come l’uva, guarda il Ramandolo, non è che non lo puoi piantare altrove, ma quello buono cresce solo qui.La duracina di Tarcento viene a Sedilis, Malamaserie, Sammardenchia e Coja.

Ciliegi superstiti a Sammardenchia

Tutte le famiglie avevano i ciliegi, la mia famiglia se l’annata era buona ad esempio riusciva a raccogliere 70 quintali di ciliegie. Era una voce importante del bilancio familiare perché erano i primi soldi che una famiglia vedeva dopo l’inverno. Un albero ben tenuto faceva 200 kg di ciliegie e anche oltre, e da ogni pianta, se si aveva un certo mistîr, si potevano “vendemmiare” anche più di 100 kg al giorno.”

Cui geis e cui lincins

Che trattamenti venivano fatti? “Prima del 1940 non si faceva nessun trattamento, non c’erano problemi, la nostra posizione è particolarmente favorevole e ventilata, non c’era nemmeno il pericolo delle gelate tardive, e le ciliegie erano tutte sane, senza verme. Poi però ha cominciato a diffondersi la mosca della ciliegia, è una farfallina, une paveute a righette gialle come una vespa, e il mercato si è fermato per circa 10 anni finché non ha cominciato a diffondersi il trattamento con il Rogor che si usa ancor oggi e non è nocivo. La raccolta avveniva dal 25 giugno fino al 15 luglio. Andavano tutti a tirare giù le ciliegie: uomini donne e bambini, mi ricordo di una donna di 80 anni che saliva come un gatto. Noi eravamo abituati fin da piccoli a salire sugli alberi. I bambini andavano sui rami più alti dove gli adulti non si avventuravano e poi portavano giù al mercato nel loro cossut le ciliegie raccolte e potevano tenersi un po’ dei soldi guadagnati, erano gli unici soldi per i bambini.

La raccolta iniziava all’alba, tal fresc, portando due grossi cesti (geis) appesi all’arconcello, due pertiche dotate di uncini, i lincins, e una o più corde. Sistemata la scala, si saliva fino sulla sommità del ciliegio – le piante di solito erano molto alte – e si tirava su un cesto con la corda legata alla vita e lo si appendeva al ramo tramite il lincin dal gei. Bisogna raccogliere le ciliegie con il manico, ciapâ il manissut girâlu tirâ cence rovinâlu, e fare attenzione a non staccare foglie e rametti. Finita la raccolta nella parte più alta, si scendeva dove i rami erano più lunghi e si dovevano avvicinare a sé tramite el lincin. Quando il cesto era pieno veniva calato dall’alto con la corda e spesso lasciato sospeso ad altezza d’uomo per evitare che appoggiandolo a terra si ribaltasse con il suo prezioso carico. Portati a casa i cesti cul buinç, le donne operavano una cernita accurata, e poi, verso le 3-4 del pomeriggio, si partiva in fila indiana alla volta di Tarcento, perché le ciliegie si vendevano di sera.

Vendute in tutta Europa

Tutti andavano giù con la gerla (cos) piena, minimo 45 kg, C’erano due tappe per riposare (lis polsis) dove avevano messo dei tavoloni sporgenti all’altezza del carico, la prima era a Cuje (Coia), la seconda a Palazzo Moretti. Oh ce vitis di bestiis, non tanto per la fatica fisica quanto per i trucchi che escogitavano i commercianti di Tarcento, maladets, per tenere artificiosamente basso il prezzo e impedirci di venderle al miglior offerente, che spesso veniva da fuori, da Gorizia ad esempio. Spesso si mettevano d’accordo tra loro per non comprarle per una giornata intera, cosicché eravamo costretti a “metterle in salvo” per la notte là di Bonàt, in un magazzino. Il giorno seguente bisognava fare una nuova cernita e poi quelle non vendute si portavano alla distilleria per fare la grappa e si prendeva un blanc e un neri. Spesso andavamo anche a fare baratto (cambiâ) su per la valle del Torre fino a Uccea. Le ciliegie migliori non erano destinate al mercato locale ma venivano ben imballate in scatolette e vendute in tutta Europa, portandole in treno o anche in aereo fino in Inghilterra e in Germania.”

Panorama di Sammardenchia

La grandine e l’emigrazione

Come sono andate le cose dopo la guerra? “Nel 1962 abbiamo preso una stangata tremenda, il 12 luglio c’è stata una terribile grandinata che ha danneggiato e fatto seccare il 50% degli alberi. Erano chicchi grossi come uova, al e stat pestât su dut. Questo è stato l’inizio della fine, ci ha pensato poi l’emigrazione a spopolare il paese, la gente ha cominciato ad andarsene, e adesso c’è solo bosco. Nel 1921 eravamo in 662, nel 1950 in 470, oggi siamo rimasti in 160, anche se il nostro paese è a soli 4 km da Tarcento. Ma in realtà è la politica ha fatto andare via la gente dalla montagna sia prima che dopo il terremoto, con la sua burocrazia terribile che ha fatto passare la voglia a chi voleva resistere di ricostruire le stalle o tenere aperti i piccoli negozi, la politica che ha deciso che il piccolo e il debole devono sparire. Eppure chi ha la mucche deve per forza falciare e tenere pulito intorno al paese, con minor pericolo di incendio e con un miglior effetto estetico.”

Attilio Vidoni

Ci sono speranze per il futuro? Attilio Vidoni scuote la testa: “Ai giovani coltivare queste piante non interessa, si vede benissimo, anche su quelle poche piante che sono rimaste non soffocate dal bosco le ciliegie rimangono lì per gli uccelli, nessuno va a raccoglierle, al massimo le mangiano “i foresç”, ma lei lo sa che alla festa di Tarcento fanno venire le ciliegie da fuori?”

Sessantacinque chili di tritolo

Andiamo a fare un giro nell’orto e nella vigna che sale ripida alle spalle della casa (“qui di pianeggiante c’è solo la soglia di casa” – mi aveva avvertito la signora Maria Teresa), vediamo i fichi, i castagni, i quattro ciliegi superstiti di Attilio, begli alberi intervallati dalle viti, ma soprattutto vediamo il campanile nuovo tutto di cemento armato a pochi passi. La sua presenza costante è in realtà per la famiglia Vidoni una ferita aperta: “Qui in paese il terremoto ha picchiato forte e solo quattro case erano state risparmiate, fra cui la nostra. E il campanile della chiesa vecchia, anche se monco. Sicuramente si poteva salvare, ma hanno voluto abbatterlo lo stesso. Gli hanno piazzato una carica di tritolo da 65 kg, io che avevo fatto l’artificiere nelle cave per 10 anni sapevo che cosa sarebbe successo e ho cercato di farmi valere, ma niente. Così la mia casa è stata gravemente danneggiata, tutte le finestre rotte, il tetto spostato, ogni suppellettile fracassata, solo per tirar giù una cosa che non voleva saperne di cadere. Però sono riuscito a salvare il meccanismo dell’orologio, è un Solari, adesso glielo faccio vedere, è qui nel mio “museo”.”

Il museo di Attilio

Attilio Vidoni mi conduce sul retro della casa: in poche stanze ha accumulato una straordinaria raccolta di oggetti della civiltà contadina che davvero meriterebbero una collocazione più spaziosa. “E’ una cosa che faccio non solo per me ma per il mio paese: Sammardenchia è un paese bello, unito, dove si sa lavorare insieme. La prima strada, più di 100 anni fa, e la latteria turnaria erano state costruite esclusivamente con la manodopera della gente.

Troi de memorie: la ricostruzione

Adesso stiamo lavorando al Troi de memorie, un centinaio di bassorilievi in ceramica che raccontano la storia e le usanze dei vecchi borghi. Del resto bisogna fare qualcosa, altrimenti il paese muore, e siccome quando siamo venuti al mondo noi il paese c’era già, è giusto anche lasciarlo ai nostri nipoti e lasciarlo più bello.” © Antonietta Spizzo per “Il Nuovo FVG” 2006