La biodiversità perduta

Come introduzione alla serie, voglio riprodurre qui il testo pubblicato sul volume “La biodiversità coltivata”, a cura di Fabiano Miceli e Enos Costantini, che raccoglie molti degli articoli dedicati a questo tema.

Con passione, con tanta passione

Da dove nasce questa lunga serie di articoli dedicati alla biodiversità (perduta?), che nella sua forma originale è comparsa sul settimanale friulano “Il Nuovo” durante tutto l’arco del 2006?

Il primo spunto, rimasto a lungo “in letargo” dentro di me, risale a molti anni fa, quando ci siamo trasferiti a Premariacco, in una vecchia casa contadina con stalla, dove abbiamo realizzato il grande sogno  di avere dei cavalli tutti nostri! E’ proprio qui a Premariacco che per la prima volta sento parlare della “mitica” erba medica da seme, che tanta importanza aveva avuto nel creare benessere al paese negli anni Cinquanta. Ascolto e archivio in fondo alla mente. Con i cavalli cominciamo a battere il territorio palmo a palmo, i cavalli catalizzano l’attenzione e la curiosità, è più facile entrare in contatto con la gente che incontri. Con i cavalli eviti le strade asfaltate, cerchi solo viottoli e sentieri, entri ovunque per così dire “dalla porta di servizio”. A Pegliano, piccolo paese della val Natisone, mi raccontano dei peschi di Rodda, quelli che quando erano fioriti “era come essere a Sanremo”. A casa, prima di ogni giro, mi studio le guide del Marinelli, quelle del 1912, sono il mio testo di riferimento. Penso: prima o poi bisognerà scrivere di tutto questo…

Grazie a un viaggio a cavallo, nel 2002 scrivo un primo libro, tramite il quale entro in contatto e comincio a collaborare con il settimanale friulano “Il Nuovo”. All’inizio racconto appunto dei miei giri e delle mie esplorazioni, e gli articoli vengono poi raccolti in un volume, “Andamento lento”. Adesso mi sono guadagnata una pagina intera sul giornale, e allora cerco di approfondire storie che vengono da piccoli paesi marginali ed emarginati delle nostre montagne. “Voci deboli” le chiamo tra di me…

Continuo così, cercando storie e seguendo l’estro del momento. Sul mio notes tra gli argomenti da trattare ci sono da tempo immemorabile l’erba medica e i peschi di Rodda. Nel mezzo capitano le viole di Udine, anzi di Pozzuolo, di cui ho sentito parlare per caso alla radio.  Con questi tre temi legati alla biodiversità decido di incominciare una nuova serie, senza saper bene come andrà a finire.

Comincio dunque con l’erba medica, la cui storia si intreccia inestricabilmente con quella del mio informatore, Fabio Donato. Ne parliamo ore e ore, fin dopo mezzanotte. La passione, l’estremo coinvolgimento è evidente in ogni sua parola. Fabio mi suggerisce come sottotitolo addirittura “Un tocut da me vite”.

Mi metto alla ricerca delle viole e rintraccio prima la famiglia di Ines Blancje, poi tramite loro Mirella Collavini a Rivignano. Da entrambe le parti massima disponibilità ad accogliermi e a parlare. Fantastico. Nel frattempo è primavera e fioriscono i peschi di Rodda, i pochi superstiti, coltivati con amore da Damiano Blasutig. Anche qui massima apertura, con la tipica generosità delle Valli del Natisone. Ormai sono lanciata in questa avventura della biodiversità perduta, comincio a capirne qualcosa di più e a rendermi conto di quante cose ci siano da raccontare, e di come nessuno lo abbia fatto mai. Mi documento, recupero libri ormai esauriti di pomologia. Adesso comincio a intravvedere come potrà crescere la mia serie.

Per i meli e i peri lo scrigno più prezioso della biodiversità è in Carnia. Tullio Fior, di Cabia, mi fa restare a bocca aperta mentre mi illustra decine e decine di varietà di meli e peri, spiegandomene nomi e caratteristiche, come se leggesse in un libro. Duilio Cacitti, di Caneva, e Pietro Felice, di Agrons, mi parlano dei loro alberi come se si trattasse di membri della famiglia. “Sono capace di passare anche un’ora a guardare un albero che mi piace” – mi dice Duilio. Inizio anche a registrare le nostre conversazioni e a conservarle gelosamente, mi sembra materiale davvero prezioso. Viene poi il tempo delle ciliegie, poi quello dell’uva, quello delle castagne e quello del mais. Finisco la serie con alcuni articoli sugli animali “perduti” (cavalli, mucche, pecore), che non vengono riportati in questo volume. Sempre entusiasmanti i contatti, sempre ricchissimo il “bottino” di informazioni che porto a casa : avrei da scrivere sempre almeno il doppio di quanto è lo spazio disponibile sul giornale!

La cosa che all’inizio mi stupiva, e a cui in seguito mi sono abituata, era l’atteggiamento di queste persone, “conservatrici” di antiche piante, quando narravano la loro esperienza: lo facevano con entusiasmo, di getto, senza mai farsi pregare, anzi era come se non avessero aspettato che questo momento, non avessero aspettato che me…

Oggi, guardando a posteriori la serie e rileggendo gli articoli, non posso fare a meno di pensare che il filo conduttore di tutto è stata “la passione”.  Questa è la parola che tutti i miei interlocutori hanno usato per descrivere il loro atteggiamento nei confronti delle piante che amorevolmente “conservano”.

E’ una passione che ha contagiato anche me, e che ha fatto di questo mio lavoro vagabondo una ricerca entusiasmante.