Il cavallo TPR friulano, un gigante da salvare

A Artegna Renzo Buzzulini, agricoltore da una vita, alleva e addestra – per passione – una razza equina minacciata di estinzione.

L’azienda agricola di Renzo si trova proprio sotto il castello di Artegna, nella piana. E’ qui che troviamo un gigante equino quasi scomparso, il cavallo agricolo italiano da tiro pesante rapido, conosciuto tra gli addetti ai lavori con l’orribile sigla CAI -TPR.

Attualmente Renzo ha 11 cavalle TPR: Adriana, la capostipite, e poi Marta, Orfea, Orchidea, Ronda,Trinca, Taiga, Uvetta, Usca, Ulla e Bea. La più giovane ha un anno e tra poco dovrebbe veder la luce un puledrino che come tutti i nuovi nati del 2009 verrà battezzato con un nome che comincia per C, perché questa è la consuetudine del libro genealogico di molte razze, in modo che dall’iniziale del nome si possa risalire all’anno di nascita.

Tre belle criniere

Quando entriamo nella stalla le cavalle si affollano curiose sulla porta del box per cercare di carpire una razione supplementare di fieno al loro padrone. Sono una forza della natura: massicce, con il tipico mantello sauro e la criniera color miele, i lunghi ciuffi sugli occhi, le orecchie attente puntate in avanti, incutono rispetto ma nonostante la loro mole sono docili e affettuose.

Una passione antica

“La mia famiglia ha sempre avuto due o tre cavalli nella stalla – inizia a raccontare Renzo – Eravamo contadini ma mio padre faceva anche trasporti per conto terzi. Mi ricordo bene Lola e Serga, quest’ultima era una cavalla restata dalla guerra, figlia di un lipizzano, con il mantello grigio ferro puntinato, l’abbiamo venduta per comprare il primo trattore. Nel ’68 abbiamo venduto l’ultimo cavallo. Degli otto fratelli che eravamo solo io ho deciso di continuare il mestiere di mio papà, perché tutti gli altri quando hanno avuto la possibilità sono emigrati in Sudafrica e in Rodesia. Comunque ho ampliato l’azienda e nei tempi buoni avevo più di 100 mucche. Poi, come si sa, le mucche non rendevano più e piano piano si è fatto posto nella stalla. Io non facevo altro che pensare a un cavallo, avevo visto una cavallina, Milly, che mi piaceva così tanto, era Pasqua, o vevi une gole di cjolile, e ho detto alle mie figlie che erano ancora piccole: “Us compri un ûf di Pasche” e sono arrivato a casa con la cavallina! Da lì la tradizione è ricominciata.”

Ritratto equino

Ma i tuoi cavalli di una volta erano come questi? Esisteva una razza autoctona friulana? “No, cavalli così grossi sarebbero costati troppo, li usavano solo le grandi aziende della pianura, mentre i piccoli contadini avevano di solito cavalli croati, piccoli, grintosi, resistenti, oppure al massimo qualche Norico. Le razze autoctone invece non ci sono più da un pezzo.”

Di ottima indole

Che caratteristiche hanno i cavalli TPR? “Sono robusti, resistenti, vivaci e di buona andatura. Non sono molto esigenti e si adattano facilmente all’ambiente e anche a condizioni foraggiere non proprio ideali. Pur essendo abbastanza insanguati, hanno un’ottima indole, sono molto docili e intelligenti, si domano facilmente e imparano in pochissimo tempo “il mestiere”: in questo naturalmente è fondamentale che le giovani leve facciano “scuola” assieme ad Adriana, la “maestra”.”

Giovanissima leva segue mamma

Dicendo questo Renzo apre la porta del box di Adriana per portarla nell’ampio paddock sul retro della stalla insieme a Ronda. Le due cavalle si sgranchiscono le gambe con un galoppino, poi si mettono placidamente a brucare l’erba.Sei delle cavalle di Renzo sono sorelle, figlie di Adriana e di Oscar, uno stallone dal mantello sauro bruciato, nato nel 1998 e attivo fino al 2006 alla Stazione di Monta Equina di Moruzzo.Bea invece è una delle prime figlie di Tabor, lo stallone che ha sostituito Oscar.

La scala è il marchio che contraddistingue la razza TPR

Tabor, nato nel 2003, è stato approvato nel 2005 e si è classificato 4° alla Mostra nazionale di Verona. Per le sue caratteristiche si ritiene un valido riproduttore per gli attacchi.Renzo un po’ si rammarica che Oscar non sia più attivo al Centro di Moruzzo. “Era veramente un bel cavallo per gli attacchi – ci dice – i suoi movimenti erano stupendi. Tabor invece si distingue per il buon carattere. Forse è un po’ presto per giudicarlo, i suoi primi figli sono nati solo nel 2008, e comunque era necessario questo avvicendamento per ridurre il tasso di consanguineità in numerosi allevamenti. E a Moruzzo ad affiancare le prestazioni di Tabor da pochi mesi c’è anche Uranio, un nuovo stallone di soli 3 anni, che ha una linea genealogica molto influenzata dal sangue bretone.

Guai a no vê passion

Renzo continua: “I cavalli TPR sono animali meravigliosi ma purtroppo è un allevamento che non dà reddito, il margine di mercato è minimo. Io sono fortunato a potermelo permettere perché ho un’azienda agricola con 20 ettari a prato e anche i cereali che mi servono me li coltivo da solo. Alla fin fine la spesa più considerevole è l’accoppiamento, per il resto è una passione che costa più che altro fatica e lavoro. Se il mercato consentisse un po’ di reddito, come in Germania, certamente le cose sarebbero ben diverse, ma qui da noi, si sa, manca la passione, e nessuno si rende conto di quanto sia importante mantenere il patrimonio genetico e storico. Sai qual’ è la mia preoccupazione? Io ho 64 anni e se dovessi ammalarmi o non farcela più a seguire i cavalli, tutto finirebbe, perché nessuno proseguirebbe la mia attività. Però ultimamente ho avuto due grandi soddisfazioni: ho venduto due delle mie cavalle, Prime di Rene e Tina, a un centro di rievocazioni storiche in Francia, e poi uno stalloncino veramente splendido lo ho venduto a Ivrea a un appassionato di attacchi.”

Grandi speranze

Ci complimentiamo con Renzo: indubbiamente riuscire a piazzare due esemplari friulani su un mercato esigente e di grande produzione equina come quello francese non è cosa da tutti i giorni!

Gli allevatori custodi

Il 28 gennaio 2006 la Facoltà di Veterinaria dell’Università di Udine, insieme all’ERSA e all’Associazione Allevatori del FVG, ha presentato un progetto per salvaguardare dall’estinzione alcune razze animali, e il nostro TPR è fra queste. Il contributo CEE non viene dato a pioggia ma va a premiare gli allevatori identificati come “custodi di razza”. Renzo Buzzulini è uno di questi. Quale è la sua opinione sull’attuale situazione e la politica allevatoriale? “A dire il vero sono un po’ deluso dalle iniziative degli Allevatori Custodi : il contributo annuale è di soli 200 Euro per cavallo, e le clausole restrittive sono tantissime, tra cui il divieto di vendere le puledre. E trovo che In Friuli, a differenza che in Veneto, non viene fatta nessuna politica allevatoriale, né a breve né tanto meno a lunga scadenza.

La manifestazione annuale Friulialleva, che si svolge a Villanova di San Daniele, è una briciola, un “fruçon” rispetto a Verona, dove si possono vedere ogni anno un’ottantina di soggetti provenienti da tutta Italia e ci si può confrontare. A Villanova l’accento non è posto sull’allevamento e la partecipazione è scarsa.”

Viaggiare con i carri

Quali sono le cose a cui ti dedichi? “Innanzitutto domo e addestro i cavalli agli attacchi, il che significa insegnare loro non solo a tirare il carro su strada ma anche a tirare dei carichi pesanti, in cui il momento più difficile è quello dello “stacco”, il momento cioè in cui le ruote iniziano a girare. Ogni anno alla Fieracavalli di Verona partecipo alle gare di tiro e di precisione nella guida delle carrozze. Per allenare le cavalle vado da Artegna fino a Osoppo sul Tagliamento. Aspetta, ti mostro i miei carri.”

Renzo è orgoglioso di possedere per i suoi due carri le targhe con il numero O2 e 03. “Sono le nuove targhe per i carri agricoli, rosse, entrate in vigore 10 anni fa. Purtroppo il numero 01 me l’ha soffiato il mio amico Berto De Monte, ma il primato rimane comunque qui ad Artegna. Ho anche una piccola collezione di finimenti e di comats, il problema è che non c’è più nessuno che li sappia fare o riparare.”

Una collezione preziosa

Con questi carri trainati dalle sue cavalle sono già diversi anni che Renzo e sua moglie Giuliana (che condivide la sua passione) organizzano un pellegrinaggio a Castelmonte. “Sì, stiamo via 3 giorni, dal venerdì alla domenica, ci vengono sempre una trentina di persone; poi partecipiamo anche a tutte le feste e le sagre a cui veniamo invitati. Ma il mio sogno adesso sarebbe tornare ad arare con i cavalli” .

Lavorare con i cavalli

Mentre in Italia l’impiego dei cavalli da tiro nelle aziende agricole è solo per appassionati, negli Stati Uniti (dove ad esempio le comunità Amish, per motivi religiosi, impiegano solo i cavalli nei lavori agricoli) e nel Nord Europa (soprattutto in Germania e in Svezia) le cose stanno diversamente: i lavori di esbosco nei parchi e nelle zone protette sono consentiti solo con i cavalli, perché questo modo di lavorare preserva al massimo l’ambiente naturale e non arreca danni alla giovane vegetazione e allo strato superficiale di humus. Ne consegue la necessità di avere attrezzature specifiche, tanto che ogni due anni a Detmold, una cittadina vicino a Essen in Germania, si svolge la manifestazione “Pferde-Stark” dedicata a tutto ciò che serve per lavorare i campi con i cavalli, dall’aratro al cavapatate, dalla falciatrice alla seminatrice. La cosa più interessante è che non si tratta di macchine di vecchia concezione ma di attrezzature modernissime: di diverso c’è solo la trazione animale! “Pferde-Stark” si svolge all’interno del locale museo etnografico all’aperto, dove sono state ricostruite vecchie case, stalle e strutture agricole dei secoli scorsi, e ci si sposta solo a piedi o con taxi a cavallo. Ci sono anche attrezzature studiate apposta per i piccoli agricoltori che lavorano nelle zone marginali e nel terzo mondo, totalmente meccaniche e semplici nella costruzione, tanto da non richiedere quasi nessuna manutenzione.

Per un po’ di ghiaia

Prima di congedarci chiedo a Renzo di rievocare un ricordo della sua infanzia: “Molto spesso si andava a caricare ghiaia e sabbia nel Tagliamento, era un lavoro durissimo non solo per gli uomini che dovevano caricare i carri a mano, ma anche per i cavalli che dovevano tirare nel greto del fiume. Spesso bisognava passare qualche vena di acqua, caricare, tornare indietro a scaricare sulla riva e ripetere questo andirivieni finché avevi raccolto abbastanza materiale. Solo allora potevi fare il carico definitivo e tornare a casa. Mi ricordo una volta d’inverno che si è messo a nevicare e i cavalli non ce la facevano a tirare il carro su per la rampa dell’argine, allora abbiamo dovuto staccarli e andare a Gemona dal maniscalco a fargli mettere i ramponi sotto ai ferri, tornare indietro e per farli partire mettere la loro coperta sul terreno gelato perché facessero più presa. Pense ce vitis par un pocje di glerie! Ma a nessuno sarebbe saltato per la testa di buttare via quel prezioso carico!”

Il sito di riferimento per gli appassionati dei cavalli TPR è www.anacaitpr.org

Approfondimento  1 

Ma esisteva un cavallo friulano? 

Questa domanda sorge spontanea, ma la sua risposta – che è affermativa – richiede un bel po’ di lavoro a spulciare carte polverose alla biblioteca Joppi di Udine, senza poter fare ricorso alle comode ricerche su Google dalla poltrona di casa. Tuttavia “il cavallo friulano” non era un cavallo da tiro pesante, come si potrebbe immaginare, bensì un trottatore.

Scrive il dr. Giovanni Della Savia nel suo trattatello “L’allevamento del cavallo in Friuli” dell’anno 1949: “Fin dai tempi antichi si allevava in Friuli un cavallo di media taglia, prevalentemente di mantello grigio storno, vigoroso, longevo e particolarmente resistente e veloce (trotto). Sembra fosse di origine turco-ungarica, con immissione di sangue orientale ai tempi della Repubblica di Venezia. Era impiegato soprattutto per il trasporto celere e il suo allevamento era diffuso anche in Veneto. Ne parla ad esempio Ippolito Nievo nelle sue “Confessioni di un ottuagenario”: il brigante Spaccafumo cavalca uno dei puledri di razza che pascolano in laguna.”

Che fosse un ottimo trottatore, uno dei migliori del suo tempo, è confermato dal fatto che quando Vincenzo Stefano Breda tra il 1875 e il 1878 creò a Ponte di Brenta il primo grande allevamento di trottatori da corsa in Italia, tra le fattrici destinate a essere coperte da grandi stalloni americani (importati per l’occasione) troviamo trottatrici friulane accanto a cavalle purosangue, americane e orlov.

Tra il 1866 e il 1886 Nicolò Mantica, membro di una speciale commissione nominata da Quintino Sella, Commissario del Re per Udine, lavorò instancabilmente per sostenere la conservazione del cavallo friulano e documentò il suo operato in due volumi pubblicati nel 1881. Viene definito dai suoi contemporanei “un apostolo della produzione e del miglioramento del cavallo friulano”. In quegli anni la passione per questa razza era ancora vivissima e nella provincia di Udine e nel distretto di Portogruaro si aveva un numero notevole di cavalle e stalloni friulani.

Ma nell’arco di 15 anni le condizioni cambiano radicalmente, tanto che già nel 1889 Domenico Lampertico scrive che “della buona produzione ippica di altri tempi era scomparsa ogni traccia e che i trottatori impareggiabili, forti, armonici, resistenti, non vivono più che tra i ricordi” e nel 1901 il Veterinario provinciale di Udine, dr. Romano, scrive un vero e proprio “necrologio” che inizia così: “Ei fu! Il cavallo friulano è proprio morto, ma lascia di sé onorata memoria.”

Ma che cosa era successo in così breve periodo? Tutti i documenti che ho esaminato sono unanimi, la decadenza e la successiva scomparsa del celebre trottatore è dovuta principalmente a quattro fattori: il passaggio a un’agricoltura di tipo intensivo, con la conseguente diminuzione dei terreni destinati al pascolo; le nuove condizioni agricole che richiedono un altro tipo di cavallo, molto più pesante e robusto; il generale miglioramento delle reti ferroviarie e per finire, in ambito sportivo, il fatto che i trottatori locali negli ippodromi vengono sorpassati e surclassati dai trottatori americani.

In una relazione dell’anno 1900 del dott. Gio Batta Dalan da me rintracciata sul Bollettino dell’Associazione Agraria Friulana (BAAF) e intitolata “Sullo stato attuale dell’allevamento equino in Friuli” si legge: “I pochi soggetti che ancora si avvicinano al vecchio stampo, sia per il mantello che per qualche attitudine come velocità e resistenza, si riscontrano lungo il Piave e nel distretto di Latisana fino a Portogruaro”. La relazione è corredata da una bellissima fotografia che ci consente di farci un’idea di com’era il nostro trottatore(in questo caso vediamo “Dardo”).

Ma ancora più suggestivo per noi posteri è andare alla ricerca, sulla scorta delle testimonianze, di una raffigurazione pittorica. E’ sempre il dr. Romano a dirci che nel grande quadro di Domenico Someda intitolato “La calata degli Ungari” (1878) si ammira un cavallo storno con una bella testa che sarebbe somigliante al “Leon” di Boschetti, da Collalto, che fu uno degli ultimi riproduttori della razza friulana. Sembra che la Commissione ippica friulana si recasse a visitare lo stallone anche “nella sua tarda età, per i tanti ricordi che donava col suo sguardo”. L’enorme dipinto, ben otto metri di lunghezza per quattro di altezza, si trovava originariamente in Sala Ajace a Udine, ma le sue dimensioni colossali purtroppo non gli hanno portato fortuna: ora si trova arrotolato in un magazzino della Gamud, la Galleria di Arte Moderna di Udine, e dobbiamo accontentarci di ammirarne qualche riproduzione.

Approfondimento 2: Dal Caporettano al TPR

Sorge spontanea anche un’altra curiosità: ma che tipo di cavalli c’erano in Friuli alla fine dell’Ottocento? La risposta ce la dà il dr. G.B. Dalan nella sua già citata relazione dell’anno 1900, indirizzata all’Onorevole Direzione del Deposito cavalli stalloni di Ferrara: “La popolazione equina oggigiorno è data dal cavallo croato per il traino dell’agricoltore, dal cavallo ungherese per il tiro leggero della borghesia, dal cavallo carinziano e caporettano per il tiro pesante”. Infine, “per il lusso delle poche famiglia danarose”, i cavalli da sella e da carrozza erano irlandesi, olandesi e tedeschi. 

La Fiera di San Giorgio

Può essere molto interessante per noi posteri, cent’anni dopo, leggere della tradizionale Fiera Cavalli di San Giorgio, che si svolgeva a Udine il 24 e 25 aprile. Nel 1907 – stando a un articolo del dr. Umberto Selan pubblicato su BAAF del 1908 – “sotto i vetusti ippocastani dell’ampio Giardino Grande erano presenti 800 cavalli alla corda, mentre 200 altri ancora di lusso erano ricoverati presso pubblici stalli”. Il grande successo della fiera fa sì che nel 1908 si formi una “Commissione Provinciale per l’allevamento del cavallo agricolo”, presieduta da Domenico Pecile. Fin dalle prime riunioni si decise di “abbandonare il miraggio” di allevare ancora il “celebrato trottatore friulano” per dedicarsi all’allevamento del cavallo TPR, adatto a trainare le “macchine moderne per la lavorazione del terreno”.

Il cavallo caporettano

Il dott. Umberto Selan è particolarmente interessato all’importazione del cosiddetto “cavallo caporettano”, allevato nelle valli laterali a quelle dell’Isonzo fin “da tempo lontano”.In un articolo sempre pubblicato su BAAF nel 1908 così ne parla: “ E’ un animale vigoroso, simpatico, intelligente e docile con pronunciata attitudine al tiro pesante; inoltre non è linfatico e grave come quelli del Belgio, dell’Olanda, della Francia e dell’Inghilterra. Viene allevato con passione (e conseguente vantaggio economico) dagli Slavi della provincia di Gorizia.”Oltre a questi pregi non da ultimo viene il fatto – secondo il Selan – di essere acquistabile vicino a noi, senza dover andare nei “lontani mercati del Belgio”. Selan fa fare parecchi sopralluoghi nella valle dell’Isonzo, durante i quali scopre che l’allevamento del caporettano ha subito proprio in quegli anni una grave stasi, cosicchè la commissione deve ripiegare sull’acquisto di 10 fattrici dalla Carinzia.

Nel 1911 la Cattedra di Agricoltura di Latisana organizzò l’importazione dalla Bretagna di cavalle di razza Norfolk-Bretone mentre il Ministero dell’agricoltura tramite il Deposito Stalloni di Ferrara inviò stalloni della stessa razza nelle stazioni friulane di monta equina.

Dopo la I guerra mondiale la nuova Commissione Ippica Provinciale tentò anche di introdurre degli stalloni Percheron importati dalla Francia, ma questo tipo di cavalli non soddisfaceva gli agricoltori friulani perché sono cavalli di taglia troppo grossa, pesanti e lenti, poco vivaci e poco adatti a trottare su strada. Inoltre sono troppo esigenti nell’alimentazione e forti consumatori di foraggio. Ed ecco che ci si orienta finalmente sugli stalloni bretoni!

La storia della razza TPR

La storia della razza TPR inizia ufficialmente nel 1927 con la nascita dei primi puledri dalle fattrici selezionate, ma in realtà l’origine di questo ceppo equino risale ai decenni precedenti, quando dopo numerose prove d’incrocio le aziende agricole della pianura padana e veneta si orientarono verso gli stalloni bretoni (Norfolk-bretone).I risultati incontrarono il favore unanime degli agricoltori: i cavalli erano robusti, di mole medio-pesante, ma anche eleganti e brillanti nei movimenti. Nel 1926 iniziarono a operare le “stazioni selezionate” e nel 1927 nacque la prima generazione ufficialmente controllata. Le zone erano soprattutto la pianura veneta e friulana e la provincia di Ferrara, il più importante concorso con prove attitudinali di tiro e di velocità aveva luogo a Verona. Dopo l’arresto causato dalla II guerra mondiale, l’allevamento riprese perché l’agricoltura era ancora interessata alla trazione animale, tanto che venne istituito il Libro Genealogico della razza. Nel 1948 c’erano in Friuli 18.500 cavalli, 1500 muli e 5000 asini, con 12 stazioni di monta equina. Dei 40 stalloni in attività ben 31 erano bretoni. La diffusione della meccanizzazione agricola nei decenni successivi avrebbe fatto calare drasticamente il numero di cavalli allevati, ridotti ahimè a soli fornitori di carne. Adesso in tutto il Friuli ci sono 24 cavalli TPR distribuiti in 14 allevamenti.

©Antonietta Spizzo per “Tiere Furlane” 2009, la prima versione era stata pubblicata su “Il Nuovo FVG” nel 2006; ricerche effettuate alla Civica Biblioteca Joppi di Udine.