Il museo della frontiera

Alla Stazione Transalpina di Nova Gorica, sotto la guida sensibile e coinvolgente di Marinka Velikonja, è possibile fare un viaggio approfondito e obbiettivo nella dolorosa storia del confine.

Concludo questa serie di storie dal confine con quello che in realtà avrebbe dovuto essere il primo articolo. Se per le mie interviste avessi rastrellato informazioni in modo più sistematico certo sarei capitata ben prima da Marinka nello straordinario Museo della Frontiera che si trova lì, appena oltre la linea dell’ex confine, nella stazione Transalpina a Nova Gorica.

Marinka Velikonja, classe 1944, occhi luminosi, volto aperto, modo di raccontare accattivante, adesso che è in pensione si dedica a illustrare con passione i contenuti del museo a chiunque lo voglia visitare.

Dopo aver lavorato per molti anni al comune di Nova Gorica nel campo del turismo e della cultura, nel 1988 ha fondato la prima agenzia viaggi privata della città. L’ha battezzata “Lastovka”, cioè rondine, e le ha trovato un “nido” proprio nello storico e splendido edificio costruito nel 1906. Penso che ha trovato il giusto nome e il giusto posto per un osservatorio privilegiato sulle migrazioni e sui cambiamenti epocali: “E’ bello andare per il mondo – dice Marinka – ma poi è bello tornare a casa; per questo la mia “rondine” si trova simbolicamente vicino alla frontiera che ha visto tanti emigrare.” E adesso che fa il cicerone Marinka si trova in una posizione ancor più privilegiata per le tante straordinarie storie che continuamente raccoglie da coloro che visitano il museo e che si confidano con lei – come in una seduta psicanalitica – quasi liberandosi da angosce e rovelli portati per decenni nell’intimo.

Quella linea di gesso

“Il museo è stato creato nel luglio 2005, ed è stato visitato già da 11.000 persone – racconta Marinka – L’esposizione inizia con il maggio 1945 quando a Gorizia vivevano ancora assieme sloveni e italiani, come era stato per quasi mille anni. In un primo momento, con la linea Morgan, fu creata una zona A, sotto il controllo americano, e una zona B, sotto controllo jugoslavo. Il confine correva lungo l’Isonzo e il Vipacco, ci voleva un documento da mostrare ai punti di controllo ma a parte questo la gente poteva ancora andare – quasi normalmente – a Gorizia in ospedale o a scuola o a vendere i suoi prodotti al mercato. Furono dati due anni di tempo per optare per l’ Italia o per la Jugoslavia. Nel frattempo ognuno dei quattro vincitori aveva tracciato la sua frontiera e solo il 10/2/1947 a Parigi alla conferenza di pace passò la proposta francese che era quella di maggior compromesso. I sovietici la sottoscrissero solo in agosto, ma nel frattempo i francesi tracciavano già le linee bianche con il gesso… ”

Guardando le foto storiche della French line che con sommo disprezzo di vita e morte taglia a metà giardini, case, stalle e persino un cimitero, chiedo a Marinka come sia stato possibile che un piano così assurdo si sia realizzato. “La gente vedeva sì tutto questo, ma nessuno lo prendeva sul serio. Invece nella notte del 15 settembre è stato messo il filo spinato e la frontiera è stata chiusa al cento per cento. La linea francese aveva tanti sbagli, e lo sapevano, ma hanno deciso lo stesso di sottoscriverla come provvisoria, il guaio è che è rimasta provvisoria per ben 28 anni, fino al trattato di Osimo, nel 1975. Così, prese praticamente alla sprovvista, molte famiglie sono rimaste divise, tante ragazze che venivano a lavorare a Gorizia sono rimaste bloccate in Italia. E’ stato uno shock sia per gli italiani che per gli sloveni. Per sei lunghi anni i familiari che venivano qui sui due lati del piazzale non potevano incontrarsi, toccarsi, neanche parlarsi, solo si guardavano e si chiamavano per nome, nient’altro. Secondo me– lo dico con il senno di ora – venivano qui solo a farsi del male, era solo una sofferenza. Ecco, in questa foto si vede che hanno lasciato la stalla in Italia e la casa in Jugoslavia, la povera mucca non sapeva dove andare! Adesso si ride, ma quella volta era triste! Qui invece possiamo vedere la French line al cimitero di Miren, non faceva male solo ai vivi ma anche ai morti.”

La città sul prato

I primi militari venivano quasi tutti dalla Serbia e dal Montenegro, il loro corpo si chiamava KNOJ (Korpus Narodne Ombrambe Jugoslavije). Venne sciolto nel 1953 e sostituito da normali militari di leva provenienti da tutta la Jugoslavia. Il primo lasciapassare fu fatto per i contadini, poi nel 1954 per tutti i residenti della fascia confinaria entro 10 km, con regole via via meno rigide, prima si poteva passare solo una volta al mese, poi sempre più spesso…

Una bacheca è dedicata alla costruzione di Nova Gorica: “Quando nel 47 si è capito che Gorizia era persa per sempre, gli jugoslavi hanno deciso di costruire – dal nulla – un nuovo centro urbano cui potessero far riferimento i paesi del Collio, del Carso e delle valli dell’Isonzo e del Vipacco. Nella zona prescelta c’erano solo la stazione della Transalpina e alcune fornaci di mattoni. Già nel marzo del 48 è venuta una prima brigata di giovani a preparare il terreno e la prima pietra è stata messa in giugno. Questa epopea è stata raccontata nel film “La città sul prato” di Nadja Veluscek.”

La domenica delle scope

Ecco le foto della “domenica delle scope”, il 13 agosto 1950. Marinka spiega: “Allora di Nova Gorica esistevano solo sei case, non c’erano negozi, e grandi erano le difficoltà di approvvigionamento. Quando si è sparsa la voce (peraltro infondata) che sarebbe stato possibile rivedere i parenti in Italia, 5000 persone si sono affollate a Casa Rossa con carne, burro, uova; a un certo punto hanno perso la pazienza, hanno aperto le sbarre e sono andate oltre, senza che la polizia intervenisse. Era domenica e i negozi erano chiusi, ma dopo pranzo tutti i negozianti hanno aperto e comprato tutto quello che la gente aveva portato con sé nelle borse, e anche la nostra gente comprava, pensando che chissà quando sarebbero potuti tornare. Quando una donna ha comprato la prima scopa e se l’é messa sulle spalle ridendo, tutte le altre si sono dette “perché no”, le scope costavano poco e a Nova Gorica non ce n’erano, così tutti hanno comprato le scope… ma alla fine sono tornati tutti a casa, anche per il timore di qualche ritorsione sulla loro famiglia; comunque hanno punito solo i giovani, e solo con “lavori socialmente utili”, per esempio un mese a fare legna nei boschi!”

La star del museo

Una vera “star” del museo è la grande stella rossa tolta dal tetto della stazione, e che negli anni ha cambiato aspetto e colore più volte. I suoi cambiamenti vanno pari passo con gli avvenimenti storici; la prima portava la falce e il martello, ma solo per un paio di mesi, finché Tito si è opposto a Stalin. Arrivando più vicino ai giorni nostri, vi è un’unica foto a testimoniare il salto della rete fatto da migliaia e migliaia di clandestini. E’ stata scattata da Marinka, dalla finestra del suo ufficio. “Ho visto passare gente che proveniva da ogni paese, dall’Europa orientale, ma anche dall’Africa e dall’Asia. Arrivavano qui a gruppi con il treno, e significava che nei loro paesi c’erano gravi problemi.”

La paura nelle ossa

Il pannello finale mostra le immagini della festa per l’entrata della Slovenia nell’Unione Europea del 2004. Marinka commenta: “Io la prima cosa che ho fatto è stato andare a trovare i miei dirimpettai dell’hotel Transalpina. Sono stata qui per 20 anni e non li avevo mai visti! Adesso siamo diventati amici e collaboriamo spesso. Ma il 20 dicembre 2007 è stato il vero giorno in cui è caduta la frontiera, qui è stato aperto fino alle 3 di notte e la gente era tanta che sembrava un pellegrinaggio, e stavano zitti, sa, sembrava qualcosa di religioso. Devo dire che questo è un museo che è condiviso anche dagli italiani perché è obbiettivo, molto obbiettivo, così erano i fatti; ogni cosa nuova che vi si aggiunge deve essere approvata da entrambi. Spero che possa insegnare a tutte e due le parti come è bello vivere senza frontiera. Qui la frontiera ha messo la paura nelle ossa della gente; io vedevo sempre negli occhi la paura e la commiserazione per noi slavi poveracci. Sapesse quanto male fa vedere queste cose negli occhi altrui che ti guardano; invece noi abbiamo vissuto bene, ci mancava solo un po’ di colore.” Eppure c’è ancora gente che ha paura di venire in Slovenia – e qui Marinka racconta briosamente di persone che ha visto arrivare   timorose e circospette, “camminando come gatti”.

Riunire le città

Poi Marinka continua: “Ma niente è stabile, tutto cambia, mentre il museo sarà sempre qua e ci parlerà del dolore che causa la frontiera, ogni frontiera.. le frontiere dividono anche chi prima era amico, anzi fratello. Noi che pensavamo che la Jugoslavia fosse eterna, adesso abbiamo una frontiera assurda con i croati che sentivamo davvero come nostri fratelli. Oggi Nova Gorica a 60 anni dalla nascita dimostra di essere riuscita a svolgere il ruolo per cui era stata pensata. Gorizia è stanca, dorme, Nova Gorica le riporterà un po’ di vita. Bisogna cercare di unire la gente che viene a visitare questa piazza e anche di unire queste due città; sulla piazza, che da noi si chiama Europea e da voi Transalpina, si può camminare ma chissà perché non si può fare il giro tutto attorno con la macchina, ci sono delle fioriere che lo impediscono. E vorrei che desse un’occhiata al grande mosaico nel centro, fatto dalla scuola di Spilimbergo, che si richiama al cippo di confine che si trovava lì e portava il numero 5715. Nel mosaico sembra che il numero si sia sciolto. Sciolto, non esploso, come ha scritto più di qualche giornale… un’esplosione porta sempre con sé una violenza, che in questo caso non c’è stata affatto”.

Per finire, chiedo a Marinka un consiglio di un posto speciale di Nova Gorica. “La biblioteca France Bevk – mi dice – proprio sulla piazza centrale. Io, se non ci vado almeno una volta alla settimana, non sono contenta.”

 

 

 

 

 

 

La custode del passo

Per quarant’anni Nella Marchiol ha gestito un piccolo locale nell’unica costruzione di Passo Tanamea. Attraverso i suoi ricordi si snoda la storia di una vita e di un piccolo mondo “di confine”

Passo Tanamea: soli 40 km da Udine, ma siamo già in un mondo alpino, ai piedi della bastionata dei Musi. Poco più in là, il confine. Partendo da Tarcento, oltre le sorgenti del Torre, la strada rimonta la valle del Mea prima sul bianco letto ghiaioso, e poi su bassi terrazzi rivestiti di faggi. Il passo è un’ampia soglia boscosa dove oggi l’unica costruzione è il bar “Da Nella”, che la signora Onelia (per tutti Nella) Marchiol, ha gestito ininterrottamente per quasi 40 anni, dal 1968 fino alla fine del 2006, quando una grave malattia l’ha costretta a malincuore ad abbandonare quella che lei a tutti gli effetti considera la sua casa e il luogo dei suoi ricordi.

Incontro Nella, che nel 2008 compie 83 anni, in un caldo pomeriggio di maggio insieme alla figlia Gianna e tra madre e figlia inizia a dipanarsi – in un fitto riannodarsi di ricordi – la storia di una vita e di una famiglia intera.

Il progetto dei Cellino

“Mia mamma – inizia a raccontare Gianna – è di Micottis, mio padre invece era nato a Pradielis nel 1917, si chiamava Primo Cellino. Mio nonno Giuseppe Cellino, del 1879, autodidatta, nel 1906 aveva diretto i lavori di costruzione della centrale idroelettrica di Vedronza, voluta da Arturo Malignani per portare l’elettricità a Udine, prima città in Italia. Il nonno e il papà nel 1948 acquistarono – con un grandissimo sforzo economico – un vasto terreno a Passo Tanamea, che comprendeva anche una malga, delle baracche militari e una vecchia osteria. Acquistarono tutto pensando al futuro, con lungimiranza, e da bravi operai e muratori quali erano ristrutturarono il vecchio edificio che nel corso degli anni divenne il bar “Passo Tanamea”. Da lì al confine di Uccea ci sono solo 6 km.”

Primo e Nella trascorrono 4 anni a Tanamea, impegnati nei lavori, ma poi devono trasferirsi a Pradielis perché altrimenti le figlie Bianca e Gianna non potrebbero frequentare la scuola. Primo lavora nella centrale elettrica di Vedronza, dove rimane fino alla chiusura, nel 1971.

Dal 1952 al 1968 il bar viene gestito da una sorella di Primo, Amalia, mentre il paterfamilias Giuseppe ai primi di giugno si sposta con il bestiame nella malga, dove rimane fino all’autunno. Di queste estati in montagna passate con i nonni a Gianna sono rimasti struggenti ricordi e bellissime fotografie che mi illustra con voce carica di nostalgia.

Un futuro per Tanamea

Nel 1968, con le figlie ormai sposate, Nella e Primo possono riprendere in mano il locale di passo Tanamea che viene completamente ristrutturato e rinnovato, dotato di ben cinque camere con bagno, ribattezzato “Da Nella” e tenuto aperto estate e inverno. Nella ci investe tutto il suo entusiasmo, coadiuvata dal marito e dal figlio minore Giuseppe che pur studiando legge a Trieste passa a Tanamea tutti i momenti liberi. “Mio marito aveva un sogno – dice Nella – quello di dare un futuro a Tanamea, un punto di passaggio obbligato per tutti quelli che dalla valle del Torre volevano proseguire per la Jugoslavia. Lui, che era stato anche per molto tempo vicesindaco di Lusevera, si era sempre battuto perché il valico di Uccea diventasse di prima categoria, in modo che fosse transitabile per chiunque avesse il passaporto e non solo per i locali, che avevano il lasciapassare, la famosa prepustnica. In questo lo sostenevano anche molte altre persone del posto. Il suo sogno si avverò alla fine degli anni 60. Il secondo passo, nel 1971, fu la creazione delle piste da sci. Tanamea è un posto dove la neve si ferma, come a Tarvisio, nonostante siamo a soli 850 metri di quota. “

Come una mamma

Ora Gianna mostra una foto del 1970 che ritrae Nella dietro al bancone attorniata da giovani militari sorridenti. “Sì,-dice ancora Nella – in quegli anni nella casermetta vicino al bar ogni mese si alternava una squadra di “fanteria di arresto”, che pattugliava il territorio e presidiava il valico di Uccea. Venivano quasi tutti dal sud e anche dalla Sardegna. Dovevano arrangiarsi a fare tutto da soli, ma spesso non c’era nessuno che sapeva cucinare, allora gli spiegavo le ricette, li portavo in cucina e gli insegnavo come fare. Altre volte mi portavano le loro provviste e io gli facevo dei grandi minestroni, alla friulana, usavo anche dei fagioli migliori dei loro, durissimi, che non si cucinavano mai. Mettevo ad asciugare i loro vestiti e i loro scarponi bagnati, mi facevano pena, alcuni avevano pochi soldi e allora gli offrivo io il cappuccino. Ascoltavano sempre le canzoni al jukebox… Poi c’erano gli alpini che venivano 2 volte all’anno a fare il campo a Tanamea.”

Facile alla conoscenza, sensibile ai problemi degli altri, disponibile ad ascoltare, Nella è stata una “mamma adottiva” per centinaia di giovani di leva. Nel corso degli anni si è fatta tantissimi amici, non c’è parte del mondo da cui non le arrivi posta.

Un territorio militarizzato

“Eh già, continua Gianna, mi ricordo che ero anche un po’ gelosa. Mamma ha una stanza piena di ricordi e regali portati dai militari, e ancor oggi – con i capelli grigi, moglie e figli – molti vengono a trovarla. Per me questi contatti con così tanta gente diversa sono stati una possibilità di apertura e conoscenza che altra gente del paese non ha avuto. Però non era sempre tutto rose e fiori, specie nei primi anni. Il nostro territorio era completamente soggetto alle servitù militari, non potevi neanche aprire una finestra senza il permesso del Comando Militare di Padova. Quando c’erano le esercitazioni al Poligono di Musi la strada per Tanamea veniva chiusa anche per molte ore, mio padre si è battuto a lungo perché questo non avvenisse, conservo ancora tutto il suo carteggio. Aveva anche ottenuto che i militari non si presentassero nel locale con mimetica e fucile per non spaventare i clienti”.

Infatti fino agli anni 70, e anche oltre, la fascia di confine vede un enorme spiegamento di forze militari. A Tanamea oltre alla Fanteria d’arresto, un corpo creato appositamente per opporsi a un’eventuale invasione jugoslava, c’erano anche i Carabinieri, poi un po’ più lontano il presidio della polveriera e a Uccea circa 20 guardie di finanza.

Il bar “Da Nella” diventa così un punto di riferimento importante a Tanamea. Gianna ricorda: “I miei genitori non chiudevano mai, non andavano mai in ferie… loro sentivano il loro lavoro come una specie di missione, per dare un servizio a chi passava da quelle parti. Una volta c’era anche il telefono pubblico e il tabacchino, ed era diventato anche un punto d’incontro per tutti gli emigranti che rientravano per le ferie.”

Momenti difficili

Purtroppo un primo brutto colpo smorza la grande passione di Nella e di Primo: è la morte improvvisa del figlio Giuseppe, in un incidente stradale, nel 1973. Ma tengono duro, anche perché ormai considerano Tanamea la loro casa. Poi, il terremoto. Anche il valico di Uccea a partire dal 1976 non è più aperto giorno e notte ma solo con un orario ridotto, e gli impianti di risalita non funzionano più.

Nella: “Dopo il terremoto c’era tutto da sistemare. E’ stata dura, ero tanto avvilita, ma ho trovato la forza di volontà per tirare avanti. Era la mia vita. Chi viene per la prima volta a Tanamea certo stenta a capire perché uno possa sentirsi tanto legato a quel posto. Gli sembra di essere fuori dal mondo, non trova che una parola negativa: “isolamento”. Ma non è vero: chi viene trova tranquillità, non isolamento. Anzi uno è a contatto continuo con tutte le persone che passano, e sono moltissime. Io non ho mai avuto paura di starci anche da sola, anzi. Non pensavo che potesse capitarmi qualcosa di brutto, avevo una fiducia che era più forte di me.”

Giungiamo così fino agli anni più vicini a noi con Nella che nonostante l’avanzare dell’età continua a “presidiare” notte e giorno, estate e inverno il passo di Tanamea, aiutatadalle figlie Gianna e Bianca e da molte persone amiche che le stanno accanto. Dice Gianna: “Anche nei momenti più difficili, come quando era ricoverata in ospedale, il suo primo pensiero andava al locale che era la sua casa. Non venire a trovarmi, mi diceva, vai piuttosto lassù! Ripensandoci capisco che nell’ostinazione di mia mamma a tenere aperto il suo locale, anche se negli ultimi anni era più in perdita che in attivo, come tanti piccoli locali di montagna, è perché in fin dei conti voleva restare a vivere nel posto dei suoi ricordi. Ma anch’io sento lì le mie radici . Quando sono stanca vado su a ricaricarmi, mi bastano un paio d’ore, taglio la legna, curo i fiori…”

Pensieri positivi

Prima di congedarci vorrei sapere che significato aveva per Nella vivere sul confine. La risposta è semplice e immediata: “Per noi era solo una cosa normale, naturale. Non era un confine. Con la gente slovena ci si frequentava parecchio. Noi non solo avevamo parenti a Bovec e Zaga, ma abbiamo anche avuto molto aiuto per il locale dalla gente di là. Era normale andare dalla parrucchiera o in pulitura oltre confine, a Plezzo/Bovec. Anche i nostri rapporti con i finanzieri di Uccea erano ottimi, passando si fermavano sempre per vedere se avevo bisogno di qualcosa.”

Gianna aggiunge: “Il confine era una formalità, divideva solo il territorio, ma non le persone. Io non ho paura dell’apertura del confine, anzi. Quando vado lì e sento tante auto passare, anche durante la notte, sono contenta, penso in positivo, credo che questa apertura possa portarci solo cose buone. In fin dei conti Tanamea dista solo 20 km da Plezzo, che è una località montana frequentatissima da gente di tutta Europa. Se qui da noi ci fosse interesse e volontà da parte dei giovani, perché non dovremmo ottenere anche noi risultati simili?”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una donna di frontiera

Licia Chersovani, classe 1923, triestina e slovena, partigiana e antifascista, ripercorre una vita attraversata dalle lacerazioni del passato sul confine orientale e analizza le contraddizioni del presente.

Incontro Licia Chersovani, donna della Resistenza triestina, classe 1923, pochi giorni prima del 25 aprile, con addosso ancora l’amarezza per il risultato delle elezioni politiche e amministrative. E’ da molto che volevo una voce dichiaratamente di sinistra nelle mie storie di confine, e adesso l’ho trovata grazie alla ricercatrice Gabriella Musetti, che assieme a Silvana Rosei ha curato due splendidi ed emozionanti volumi intitolati “Donne di frontiera – Vita società cultura lotta politica nel territorio del confine orientale italiano nei racconti delle protagoniste”.

Il luogo dell’appuntamento è – secondo la buona tradizione triestina – un caffè del centro, dal vago sapore liberty. E’ una mattina piovosissima e ventosa, sono in anticipo e mentre attendo l’anziana signora mi sento non poco in colpa per il disagio che le ho causato costringendola a uscire di casa con un simile tempaccio. Ma quando Licia arriva mi trovo davanti una splendida ottantenne piena di grinta e mi rendo conto che è sincera quando afferma che non se ne sarebbe stata comunque chiusa in casa. Si accende una sigaretta, ordina un caffè e inizia subito a raccontare della sua vita.

Slovena e italiana

“Io sono nata a Trieste nel 1923. Se proprio devo definirmi, ti dirò che sono veramente “di sangue misto”. La nonna materna era carnica, di Ampezzo, il nonno era di Pieris sull’Isonzo. La famiglia di papà invece era slovena. Il nostro cognome originario era Kersovan, che poi il fascismo ci ha cambiato in Chersovani. Noi parlavamo indifferentemente lo sloveno e l’italiano, il problema nazionale non era sentito affatto a casa nostra. Un’ulteriore definizione: eravamo una famiglia proletaria. Mia madre era levatrice, mio padre infermiere marittimo. Tutta la nostra famiglia era di sinistra, era un ambiente antifascista e filocomunista. Mio padre ha partecipato alla Resistenza ed è stato anche processato per questioni legate all’insurrezione di Trieste.

Siccome ero piuttosto brava a scuola, con grandi sacrifici sono riusciti a farmi andare al liceo classico. Il mio primo aperto gesto di ribellione al fascismo è stato in terza liceo: dovevamo partecipare ai cosiddetti “ludi juveniles”, che consistevano in esercizi ginnici e in un tema di esaltazione del fascismo. In quel giorno ho marinato la scuola: avrei corso il rischio di andare in finale con un tema di bugie!”

Nel 1941 Licia si iscrive a Padova alla facoltà di Medicina e fa cinque esami. A Padova entra in contatto con l’organizzazione comunista clandestina e in particolare conosce Laura Petracco (pure triestina), studentessa di lettere.

Militante clandestina

“Eravamo giovani e entusiasti, e talora commettevamo delle gravi imprudenze. – continua Licia – Molti di quel gruppo persero la vita: Laura e suo fratello Silvano furono impiccati dai nazisti nel 1944 – lui a Prosecco, lei in via Ghega, davanti al conservatorio – altri furono deportati, Flavio Lazzarini si suicidò piuttosto che finire nelle mani dei fascisti. Sono episodi che ti segnano la vita e non puoi più dimenticare. Si viveva sotto una cappa di piombo. Trieste dall’8 settembre 1943 non faceva parte della Repubblica di Salò, ma era la capitale della Operationszone Adriatisches Küstenland, la Zona di operazioni del Litorale Adriatico, sotto il diretto controllo dei nazisti.

Verso la fine del 1944 entrai in un altro gruppo clandestino. Il punto cruciale fu il 1° maggio del 1945. Non so descrivere la contentezza, l’entusiasmo perché la guerra era finita. Comunque già dall’autunno 1944 si era posto il problema dell’appartenenza nazionale. Noi volevamo la Jugoslavia non per questioni di nazionalità ma solo perché ci appariva come avamposto dell’Unione Sovietica che per noi significava una società nuova e più giusta.

Il problema nazionale – confesso questo mio limite – non l’ho mai capito, non pensavo che si potesse avere questa forte identità. Per me un essere umano è sempre stato un essere umano e basta, il problema della lingua o della pelle era indifferente.”

Ogni giorno in piazza

Subito dopo la fine della guerra Licia, convinta di doversi dedicare completamente alla politica, lascia perdere gli studi di Medicina. La situazione politica a Trieste in quegli anni era incandescente, come lei stessa ricorda: “Eravamo in piazza ogni giorno. Il nazionalismo italiano era forte, e altrettanto lo era il comunismo e il nazionalismo sloveno. Le tensioni passavano anche attraverso le famiglie. Era insieme uno scontro nazionale, ideologico e politico. Per nove anni, dal 1945 al 1954, a Trieste e provincia abbiamo avuto il GMA, il governo militare angloamericano.

Nel 1948, un gruppo di noi ha deciso di studiare in un paese socialista e con l’aiuto del partito ho cominciato a studiare giornalismo a Praga. Praga era un città meravigliosa. E’ stato un bel periodo, anche se breve, di cui ricordo in particolare la grande amicizia con gli esuli spagnoli. Studiavamo la lingua ceca, e il russo.”

Licia si interrompe e sorride ricordando la Pikovaja dama (La donna di picche) di Puškin che leggeva in lingua originale.

Espulsa dal partito

Poi riprende: “Il 1948 è stato un anno cruciale anche perché c’è stata la risoluzione del Cominform sulle deviazioni nel partito comunista jugoslavo. Devo dire che inizialmente io ero d’accordo con quella risoluzione, che anzi aveva reso ancora più salda la mia fiducia nell’URSS, né la ritenevo un’interferenza arbitraria negli affari interni di un altro paese socialista. Per me quella parte del mondo che allora costituiva il blocco sovietico era un territorio senza frontiere, un’unica società. Io e i miei amici di Praga eravamo cominformisti convinti, ma non eravamo d’accordo su come veniva condotta la battaglia. Non c’era una discussione, un dibattito ideologico serio, ma solo sospetti e “babezzi”, come si direbbe in triestino. Scrivemmo un documento con le nostre idee, lo portammo a Roma in via delle Botteghe Oscure e da lì a non molto fui espulsa da Praga e dal partito. Era il 1950. Era un terribile sistema di emarginazione verso i compagni non allineati. Molti compagni mi hanno tolto il saluto, ho vissuto in un isolamento terribile. Insomma non sono una Jasagerin, una che dice sempre di sì.

Una volta tornata a Trieste, mi sono iscritta e stavolta laureata in Fisica, ho avuto subito un incarico di laboratorio di Fisica all’Università e poi ho insegnato all’Istituto Tecnico Industriale Volta di Trieste. Questo lavoro mi piaceva moltissimo, comunque non ho mai smesso di impegnarmi in campo politico e sociale. Ho anche lavorato per molti anni come ricercatrice all’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione”.

Un’analisi spietata

A questo punto il discorso si sposta sulla situazione del presente. Licia dice: “Il confine è stato cancellato, ma vorrei capire che cosa significa questo nell’intimo delle persone, se si rendono conto che ormai viviamo in un mondo senza confini sì, ma non migliore, dal sistema sociale abbastanza rovinoso. L’integrazione dell’Europa avviene verso un modello consumista e capitalista che si sta estendendo a tutti i paesi dell’ex area socialista. Vedo oggi una società molto appiattita, una destrutturazione culturale a cui è difficile trovare gli anticorpi. Importa più che ci sia il confine aperto per risparmiare sulle sigarette e sulla spesa, sono questi i “valori” che contano!”.

Tuttavia nelle comunità che hanno vissuto sul confine rimangono ancora ferite aperte dal tempo della guerra e che è inutile far finta di non vedere. “Sì – dice Licia – ci sono stati degli scontri terribili, c’è stato un decennio durissimo, e anche dopo; perché queste ferite vengano curate ci vuole un’analisi storica spietata di tutti verso se stessi e verso gli altri.

Chi la inizierà questa analisi? Dovrebbero farlo le forze di sinistra, ma ahimè non lo fanno. Il PCI non ha rivendicato nemmeno quello che di positivo c’era nel sistema comunista. E poi si dovrebbe stimolare dal basso la ricerca del proprio vissuto attraverso il quale guardare ai problemi generali. Questo dovrebbe farlo la scuola, in modo sistematico, e ne avrebbe la possibilità, ma purtroppo non c’è una spinta dall’interno, al di fuori delle iniziative individuali. La scuola dovrebbe avere un valore preminente nella società ma purtroppo “non conta nulla perché la cultura non viene considerata un valore”.

“Le ultime elezioni – aggiunge – sono state la dimostrazione chiara del livello a cui si trova il paese; io, dico la verità, mi aspettavo una sconfitta, ma non di tali dimensioni; se un uomo come Berlusconi vince le elezioni questo ci dà la misura della destrutturazione culturale e sociale in atto, io qualche volta penso ancora che non sia vero, invece…La svolta a destra molto probabilmente fermerà il tentennante processo di chiarificazione del passato che era appena iniziato. Non ci sono state solo le foibe! Le foibe sono un problema drammatico, reale, ma sono state solo l’ultimo capitolo di una storia iniziata con la persecuzione degli sloveni, la guerra e l’invasione della Jugoslavia. Non si deve dimenticare che i fascisti avevano circondato Lubiana con il filo spinato! E’ triste pensare a quante persone hanno lottato, quante persone sono morte per un modo diverso, migliore, e invece… mi ricorderò sempre di quando sono passata davanti al conservatorio e ho visto gli impiccati… Per questo il 25 aprile, come ogni anno, andrò alla Risiera di San Sabba.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il canto libero di Tabor

Miro e Vera, Angelo e Mirka. Due interviste parallele a due coppie, in Slovenia e in Italia, che rivelano la voglia di una comunità spezzata dal confine di tornare ad aggregarsi.

 La chiesa fortificata di Monrupino/Tabor si staglia contro il cielo alta e bianca su un cocuzzolo roccioso inespugnabile. Siamo sul Carso, alle spalle di Trieste, a poche centinaia di metri dall’ex confine. A questa chiesa, quando il confine non aveva ancora separato una stessa comunità, facevano riferimento tutte le borgate intorno, fin dove arrivava il suono della sua campana: Repen, Col e Fernetti, a sud ovest, Dol, Vrhovlje e Voglje a nord est(adesso in comune di Sezana).

Fino al 1947, quando fu tracciato il confine, era un unico paese, con cimitero, scuola e asilo a Col, e la popolazione era quasi esclusivamente slovena. Ora che il confine non esiste più, siamo andati a vedere come e se le due comunità – artificiosamente divise – stiano riappropriandosi del loro passato in comune.

La prima cosa che salta all’occhio percorrendo con andamento lento questi tranquilli paesi è la bellezza maestosa dei portoni carsici, marmo bianco di Repen con motivi religiosi e floreali, che ornano quasi tutte le case, vecchie e nuove, da entrambe le parti del confine. La seconda cosa, sono le vigne e la terra rossa su cui crescono.

“Adesso siamo in Europa”

Cominciamo in Slovenia. A Vrhovlje siamo attesi da Miro Stopar e da sua moglie Vera. Abitano nel centro del paese, viuzze strette, case addossate una all’altra. Il suo portone porta la data del 1865,è una casa contadina, il cortile interno è ombreggiato da una pergola, piante di gerani ovunque sui balconi. Il simpatico Miro ha 64 anni, è nato a Lokev nel 1944, quando il territorio era occupato dai nazisti; ha fatto l’apicoltore e poi l’operaio in varie fabbriche; la moglie Vera invece è originaria di Vrhovlje; adesso sono pensionati e lavorano la terra. Si dedicano alla loro azienda agricola, la Cotova kmetija. E’ un territorio molto adatto alla coltivazione della vite, che produce il famoso vino Terano. “Il Consorzio produttori vino Terano raggruppa produttori sia italiani che sloveni: la terra è uguale e le viti sono uguali di qua e di là del confine! – inizia a raccontare Miro – Noi abbiamo vissuto per 60 anni nel sistema socialista jugoslavo; il vecchio sistema non era tutto buono, ma non era nemmeno tutto da buttare via. Soprattutto la vita era più sicura: c’era la pensione, la scuola, la sanità garantita, e lo standard era buono. Avevamo delle terre anche oltre confine e avevamo il lasciapassare; durante i primi 10 anni dopo la fine della guerra ci sono stati molti problemi, all’inizio mancava tutto, un po’ come in Italia del resto, che però ha avuto subito gli aiuti del piano Marshall. La Jugoslavia invece non ha avuto aiuti finanziari da nessuno! Infatti il periodo peggiore è stato nel 48, dopo la rottura di Tito con Stalin, quando dalla Russia non arrivava più niente.

Adesso siamo in Europa, e ne condividiamo le cose belle e le cose brutte. Adesso la nostra vita è come da voi, non è differente. Il nostro sistema è giovane; adesso abbiamo l’euro e la nostra valuta è più stabile; prima dovevamo mettere i nostri risparmi in valute estere per salvarli dalla svalutazione.In Slovenia ci sono solo 2 milioni di abitanti, ma il tasso di crescita è il primo in Europa, è del 6% ! Ci sono molte famiglie giovani, a Sezana la popolazione è aumentata del 5%.”

Vecchie ferite

La comunità di Vrhovlje possiede metà di una cava di marmo – ora chiusa – che si trova oltre confine, in territorio italiano. Fino a 60 anni fa tutti gli abitanti del paese lavoravano alla cava. Adesso la chiesa, il cimitero e la scuola sono a Sezana, a 7 km da qui. Che ruolo ha svolto per voi la vicinanza di Trieste? “Noi siamo stati per trecento anni sotto gli Asburgo e questo si riflette di sicuro ancora nella nostra mentalità. Per noi Trieste era la capitale, e poi non dobbiamo dimenticare che Trieste mangia con le cose che crescono sul Carso, e non quelle del Friuli.” E Vera aggiunge:”Mio nonno, che era nato nel 1865, andava anche due volte al giorno giù in città a vendere le ciliegie, portandole sulla testa con un cesto. Si vendeva anche la legna e la cenere per fare il bucato, andavano giù con un carro trainato da 4 buoi.”

Anche il padre di Vera, classe 1899, faceva il carrettiere e portava in città il marmo delle cave, invece la mamma di Vera (nata nel 1914)insieme alle sorelle vendeva il latte in città, scendendo la scalinata chiamata Scala Santa, e lo portava direttamente a domicilio dalle famiglie sue clienti abituali. Camminavano anche 10 km, tutte le donne lo facevano.

Vera va a prendere una caraffa di Terano e la mette sul tavolo. Lei e Miro parlano un discreto italiano ma si sente che vorrebbero conoscere le sfumature della nostra lingua per poter dire di più, esprimere i nodi complessi delle vicende passate. Più volte mi raccomandano di scrivere in modo “sensibile” e non aggressivo, Sono consapevoli dell’esistenza di vecchie ferite che bisogna ricucire. Del fascismo mi dicono solo che è stato un periodo “duro, duro”, e che solo in chiesa si poteva parlare un po’ di sloveno; i giovani venivano inquadrati in battaglioni speciali e spediti lontano, in Africa ad esempio. Miro puntualizza: “Ci vuole tempo, pazienza, la mentalità non si cambia in un anno, anche se oggi con la globalizzazione viviamo tutti in un unico sistema”. Quali sono i passi che stanno ricongiungendo le due comunità? “Un momento simbolico di grande importanza è la messa di Natale su a Tabor, che è vicinissimo – risponde Miro – Sono già otto anni che apriamo il confine e festeggiamo assieme a quelli di Repen, viviamo insieme di nuovo come i nostri vecchi. E da tre anni cantiamo nello stesso coro canzoni italiane e slovene. Poi, per passare dal sacro al profano, la cooperativa Kras organizza una degustazione con 50 diversi campioni di vino.”

Una margherita tra i capelli

Lasciamo il territorio sloveno incuriositi dal racconto del coro misto – le canzoni non conoscono confini – riproponendoci di fare un’intervista parallela in territorio italiano. Il caso ci fa fare un incontro davvero particolare, quello con Angelo Barani, classe 1945, emiliano di nascita ma ormai sloveno di adozione, perché vive nel comune di Repentabor/Monrupino da ben 41 anni. Oggi questo comune di 900 abitanti conta il 22% di italiani, e Angelo Barani è uno di questi.

Nato alle falde dell’Appennino, in una famiglia contadina, ha iniziato la sua carriera di guardia di finanza nel 1965 a Malborghetto, dove era addetto al servizio “ricognizione cippi di confine” al confine austriaco. Si accattiva subito le simpatie della gente del posto (per lo più sloveni e tedeschi) coltivando un pezzetto di terra abbandonato e regalando gli ortaggi in sovrappiù alle donne del posto.

Nel 1967 viene trasferito a Fernetti, sul confine jugoslavo, dove ancor oggi abita. Dice che, come prima con la Zollwache austriaca, anche i rapporti con gli jugoslavi sono sempre stati buoni. E proprio qui a Fernetti Angelo fa l’incontro della sua vita: quello con Mirka (Miroslava Komar), la sua futura moglie. “La prima volta che l’ho vista aveva una margherita tra i capelli – ricorda il signor Barani ancora emozionandosi – sono stato folgorato dai suoi occhi azzurri e da quei capelli color del grano”.

Ha la fortuna di venire accolto, lui italiano, senza pregiudizi da parte della famiglia di lei. Non sono anni facili e è ancora vivissimo il ricordo dell’oppressione subita dalla gente di lingua slovena sotto il fascismo. Così inizia la sua integrazione nella comunità di lingua slovena che stando ai suoi vivi racconti avviene in modo molto spontaneo ma saggio, per avere interiorizzato profondamente un insegnamento che il padre, prima della sua partenza da casa, nel 1964, gli aveva dato: “Ovunque vai, figlio mio, sappi che non è il tuo paese, devi rispettare usanze e tradizioni del posto e se non lo farai avrai vita dura”.

Tutti uguali

Angelo dà una mano in parrocchia, e inizia a cantare nel coro. La messa viene sempre detta in sloveno e si canta naturalmente in sloveno. Frequenta un corso di sloveno e poi, come dice Mirka, “si butta a parlare, senza paura”. Frequenta i paesani, soprattutto i membri del coro (gli italiani sono solo 4 su 17), e si sente accettato e benvoluto, tanto che qualcuno arriva a chiedergli scherzando: “Ma perché non sei nato qua?”. Gli viene offerto a più riprese di candidarsi nella Slovenska Skupnost, ma Angelo declina sempre perché lui non è sloveno; poi, nel 2005, accetta di entrare nella Lista civica e viene eletto con ben 30 preferenze. Il sindaco gli dà anche dato l’incarico di coordinare la protezione civile.

Tre anni fa, su iniziativa di Adam Simoneta di Vrhovlje, è stato creato il coro laico “Repentabor”, un coro veramente senza frontiere, composto da circa 35 persone, di cui due terzi provenienti dalla Slovenia e un terzo dall’Italia. La dirigente è Loredana Gustin di Col.

“Abbiamo un bel feeling, mi trovo veramente bene, il canto ci aggrega– dice Angelo – Nella cultura slovena c’è il canto fin dalla nascita, qualunque circostanza è motivo di canto. Il martedì facciamo le prove con il coro parrocchiale, che canta ogni domenica alle 10.30 durante la messa, mentre con il coro “Repentabor” ci troviamo tutti i giovedì nella sala comunale di Dol, e poi andiamo a cantare dove ci chiamano.”

Dal racconto di Angelo traspare il giusto orgoglio di aver creato già quarant’anni fa, su quello che per molti era il “famigerato” confine orientale, una famiglia in cui convivono e si rispettano due etnie diverse. I suoi due figli, ormai grandi, hanno frequentato le scuole italiane, perché era il padre, per i turni di lavoro, a poterli seguire di più, ma in casa parlano tutte e due le lingue. Anzi la figlia adesso fa l’interprete di italiano, sloveno e francese.

“La cosa che ci vuole è il rispetto reciproco, il confine nella mente è come cemento armato – conclude Barani – Siamo tutti uguali, tutti fratelli e la lingua non può e non deve creare alcuna barriera.”

 

 

 

Un pugno di terra del Caucaso

Riccardo Ruttar rievoca la vicenda di suo nonno Mateus che partito da una frazione di Drenchia alla fine dell’Ottocento finì per trovare casa e lavoro a Vladikavkaz. Una storia emblematica di un’epoca in cui non c’era “nessun maledetto confine nella testa della gente”.

Sul quindicinale Dom, di Cividale, seguo con particolare interesse una rubrica dedicata ai paesi (uno per uno!) delle valli del Natisone, dove la parte delle interviste è a firma di Riccardo Ruttar. Invidio infinitamente il collega per la sua conoscenza delle persone e del territorio, e saputo che è originario di Drenchia, proprio sul confine, trovo il coraggio per chiedere all’intervistatore un’intervista per la mia serie. Mai avrei potuto immaginare quanto lontano mi avrebbe portato…

Riccardo Ruttar mi accoglie con grande cordialità e con la malcelata soddisfazione di chi per una volta tanto è “dall’altra parte del registratore” e non dovrà poi “sbobinare”. “Vuoi sapere del confine?”, mi dice – E io ti racconterò una storia di quando non c’era nessun maledetto confine nella testa della gente, la storia di mio nonno Mateus Ruttar, nato nel 1847 a Clabuzzaro/Brieg, una delle tante frazioni di Drenchia.”

Da Drenchia al Caucaso

 Mateus fa il venditore ambulante (guzirovec), e con il suo passaporto dell’Austria-Ungheria gira e lavora attraverso tutta l’Europa. Vende immagini religiose, specchi, pettini, fiammiferi e altre chincaglierie soprattutto in Slovenia, ma anche in Stiria, in Moravia, in Polonia. A Varsavia impara il russo e a questo punto gli si apre davanti tutta la Russia. La gira in lungo e in largo finché nel 1875 capita, con altri due amici delle Valli, nel Caucaso, che gli piace molto perché gli ricorda la sua patria. I tre acquistano 85 ettari di terra vicino a Vladikavkaz e iniziano la costruzione di una fattoria. Nel 1876 Mateus torna a Drenchia per sposarsi con la fidanzata Maria Jurman, e porta con sé nel Caucaso le promesse spose degli altri due amici e altri parenti disposti a trasferirsi. Così viene fondato un nuovo paese, che prende il nome di Italijanski Hutor. Grazie alla visita di due viaggiatori sloveni, nel 1899 e nel 1912, che hanno lasciato lunghe e approfondite relazioni, Riccardo ha ricostruito le vicende del nonno e le ha messe a disposizione sul web corredate da straordinarie fotografie ( www.finestrasulmondoslavo.it/ ).

Un vero patriarca

Mateus da vero patriarca ha 23 figli, 11 da Maria e, dopo la morte di questa, dalla seconda moglie Marianna Crisetig, di Iesizza. Uno degli ultimi è Edoardo, il padre di Riccardo, nato a Vladikavkaz nel 1908. Tra il 1900 e il 1915 la piccola comunità slovena è all’apice della sua prosperità, Mateus può definirsi con soddisfazione “benestante”. In seguito alla Rivoluzione russa perdono però la terra e dopo la morte di Mateus quasi tutti i fratelli e le sorelle Ruttar decidono di tornare in Italia, nonostante nessuno di loro avesse una conoscenza diretta del mondo da cui tanti anni prima erano partiti i genitori. Molti avevano un lavoro, erano sposati e con figli. E portano con sé, dal Caucaso, una manciata di terra, chiusa in un fazzoletto, terra da far spargere sulla propria tomba, secondo l’usanza russa.

“Qui in Italia sono ancora in vita tre persone, di tutte quelle nate laggiù” -mi dice Riccardo. Dal 1930 Edoardo è in Italia. All’inizio della guerra si sposa e ha sette figli. Riccardo nasce a Iesizza nel 1947. Non nasconde la sua nostalgia: “A Iesizza conoscevo ogni posto, era mio! Là tu vivi la libertà perché la respiri, a questo mondo vorresti tornare, anche se sai che non puoi.”

Due righe rosse

Capisco che con la caduta del confine oggi più che mai Riccardo si sente legato spiritualmente al nonno, vissuto quando, come dice lui stesso, “l’immenso mondo slavo non era tagliato fuori e tenuto nascosto e misterioso, e quindi temibile e temuto, da una cortina di ferro”. Mi rendo anche conto che stiamo toccando un nodo molto sensibile, in cui la vita personale di Riccardo e quella della sua comunità si intrecciano strettamente. Infatti Riccardo così continua: “Se solo si riuscisse a portare a galla nella coscienza della gente quello che abbiamo dovuto soffrire… credo che l’Italia dovrebbe restituirci quello che ci ha tolto! Io sapevo bene quanto la società ci stimava inferiori. Ti racconterò solo questo: ero alle elementari, e il maestro mi ha bacchettato sulle nocche perché avevo parlato in sloveno con mio fratello durante la ricreazione. Vedo ancora davanti a me la pelle che si solleva in due righe rosse, e sento la voce di mia nonna, a casa, che mi dice che bisogna imparare a guardare basso. Io ho trascorso l’adolescenza lontano da casa, perché ho studiato in seminario, e se da un lato in tanti anni avevo quasi perso il mio dialetto natale, dall’altro quando sono tornato non avevo più paura di prendere posizione!”

Riccardo mi dice di aver recuperato solo da adulto la sua autocoscienza di appartenente alla minoranza slovena. Maestro in paesi di confine, negli anni 70 insegna a Drenchia, a Uccea, Fusine e Camporosso.

“L’identità veniva snaturata in modo sistematico, veniva vista come negativa una cosa, la lingua, che è oggettivamente positiva. Allora come fai a tacere? Sentivo la voglia di contribuire a riportare dignità alla mia gente, un’indignazione, dentro, di fronte a un delitto fatto a tutto un popolo. Mi pareva un sistema di annientamento.”

Una lunga discriminazione

Ruttar si laurea a Torino in psicopedagogia e nel 1979 inizia a lavorare allo SLORI (Istituto Sloveno di Ricerca). Una delle sue opere più significative è la ricerca “I diplomati della Slavia” (Cividale 1999) dove tra l’altro si vuole verificare se esista, o meno, la coscienza di far parte di un particolare gruppo etnolinguistico. Ascolto le analisi psicologiche della complessa situazione e trovo che siano le migliori e più convincenti mai sentite, per chiarire il rapporto conflittuale dell’abitante della Benecia con la propria lingua, che spesso appare oscuro a chi l’osserva dal di fuori, come incomprensibili appaiono le incessanti polemiche che lo accompagnano.

“La gente delle valli – – dice Riccardo – è stata discriminata e vilipesa nei suoi diritti per 150 anni; le è stata tolta la memoria storica, il senso di appartenenza a una comunità strutturata, e ciò ha minato alla radice la sua identità e la coesione del gruppo.”

Infatti, oltre alle due guerre mondiali, questo territorio ha subito la violenza della snazionalizzazione fascista e, nel secondo dopoguerra, l’attività perversa della Gladio e il dissanguamento prodotto dall’emigrazione e dal tracollo demografico( la popolazione in 80 anni si è ridotta di 2/3, passando da 17.500 nel 1921 ai 6000 di oggi). Essere e dichiararsi sloveno assumeva un significato politico, perché le pretese territoriali di Tito accampavano le loro ragioni proprio nel linguaggio sloveno locale.

Una confusione voluta

“Ma la Slavia – puntualizza Ruttar – già orograficamente rivolta verso il Friuli, per secoli fedele alla Repubblica di Venezia, avversa all’Austria nel Regno Lombardo-Veneto, soggiogata dal Regno dei Savoia, sebbene umiliata dal fascismo, non poteva non vedere come un immane pericolo l’annessione a Belgrado. Meglio professarsi italiani, se riconoscersi sloveni comportava il rischio di cadere sotto la sovranità della Jugoslavia. Purtroppo l’aggettivo “sloveno” ha assunto un significato equivoco proprio perché si è voluto artatamente confondere i concetti di “nazionalità”/appartenenza etnolinguistica e “cittadinanza”/appartenenza allo Stato, per cui l’attributo “sloveno” veniva inteso come antitetico a “italiano.”

Un aut aut dunque: o sloveno o italiano. Così il valligiano, oggettivamente sloveno e anche italiano, veniva costretto a rinunciare ad una delle due alternative: una situazione difficile da sostenere.

“Ma siccome l’evidenza della diversità non era eludibile – continua Riccardo – ecco nascere la fantasiosa ricerca di definizioni generiche e universalizzanti come “slavi” o particolaristiche fino ai neologismi come “natisoniani”. In pratica la gente slovena delle valli del Natisone rimaneva una “comunità senza nome”, appunto priva di identità. La violenza e l’opera snazionalizzatrice delle istituzioni maggioritarie, alla fine, hanno condotto molti “sloveni” a divenire i principali e peggiori nemici di se stessi quando è subentrato il meccanismo nevrotico, ben noto in psicanalisi, che si chiama “identificazione con l’aggressore”. Non potendo manifestare come valore la propria vera identità si assume quella forte e chiara del dominante, quella italiana, diventando un nemico fanatico e più violento degli stessi aggressori. La forza politica dominante nel dopoguerra d’altronde ha fatto di tutto per alimentare l’assioma che portava ad identificare lo sloveno come comunista, quindi titino/iugoslavo, e di conseguenza antiitaliano, basandosi sull’impostazione ideologica manichea in cui la Iugoslavia rappresentava l’essenza del male. “

Conquiste culturali

Come vede Riccardo Ruttar le prospettive presenti? “Da ricercatore, che ha fatto della Slavia il centro dei suoi interessi e della sua passione per tre decenni, mi sono abituato a guardare in faccia la realtà. La storia ci ha condizionati in modo micidiale, tuttavia la comunità slovena ha saputo creare al suo interno forze coscienti del valore della propria cultura. Ne sono prova la legge 482/99, che tutela le minoranze linguistiche, la legge 38/01, specifica per gli sloveni in Italia, e soprattutto la scuola bilingue di S. Pietro al Natisone che raccoglie oltre la metà degli scolari della fascia dell’obbligo nel territorio delle valli.

Oggi il maledetto confine della “cortina di ferro” non c’è più e cresce la speranza che anche i più esagitati giannizzeri antisloveni si rendano conto di essere rimasti una patetica retroguardia in un’Europa che marcia verso l’unità e il rispetto reciproco tra i diversi popoli che ne costituiscono il mosaico.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con gli sterpi in gola

Viljem Cerno, insegnante, intellettuale e poeta di Lusevera per tutta la vita ha difeso le tradizioni e la parlata slovena delle valli del Torre. Una scelta che gli è costata una vera e propria persecuzione.

“La più grande gioia che ho nell’animo è che il confine è morto, è finito” – con queste parole il professor Viljem/Guglielmo Cerno, di Lusevera/Brdo, insegnante, intellettuale e poeta delle valli del Torre, accoglie il mio invito a parlare del significato che ha avuto nella sua vita l’ormai ex confine. “Ora alziamo alta la parola/che troppo a lungo avevamo sterpi/in gola e chiusa la bocca” – dicono alcuni suoi versi del 2004. E durante il nostro lungo colloquio scoprirò che quest’uomo dall’aria così pacata ha subito durante tutta la sua vita una vera e propria persecuzione solo per la sua coraggiosa difesa dell’identità e della parlata slovena delle Valli.

Maria Eufrasia Micottis, la madre di Viljem, restò vedova molto giovane, con due figli piccoli; nel 1950 si presentò l’occasione – grazie al Fronte Democratico degli Sloveni – di farli studiare gratuitamente nelle scuole pubbliche con lingua di insegnamento slovena di Gorizia, vivendo come convittori alla Casa dello Studente. Circa una ventina di famiglie delle Valli del Torre approfittarono di questa possibilità. Il Messaggero Veneto imbastì una campagna denigratoria (23/12/1950) parlando di “tratta degli innocenti” in mano ai comunisti jugoslavi. I genitori dei ragazzi vennero convocati dal sindaco del loro paese e dal pretore di Tarcento e tacciati di essere “traditori della patria”. Dissero loro che avrebbero perso la pensione e che sarebbero anche stati scomunicati.

“Ma mia madre non si fece intimidire da nessuno- continua Cerno – Li affrontò chiaramente dicendo: ma voi, che futuro offrite a mio figlio? E poi la pressione in paese… Una volta alla fontana una donna le disse che piuttosto che mandare il figlio in quella scuola comunista si sarebbe strappata una manica della camicia e sarebbe andata a chiedere l’elemosina! A pensarci adesso mi sembra una novella di Ivan Cankar!”

Da notare che la mamma di Viljem, religiosissima, era andata a controllare di persona la scuola a Gorizia. Cerno continua, e abbassa significativamente la voce, ricordando le parole della madre: “Sono entrata nella tua scuola e ho visto due grandissime statue di santi nell’atrio. Dicevano che qui sono tutti comunisti ma possibile che nella scuola comunista ci siano due santi all’entrata?” Così mi disse, lo ricordo ancora. E poi: “Sei fortunato, mangi bene, studi e stai al caldo. Cosa vuoi di più? Continua così!”.

In questa vicenda ci sono dei lati paradossali, se consideriamo che gli insegnanti erano in gran parte sacerdoti fuoriusciti dalla Jugoslavia, anticomunisti viscerali. Cerno continua: “Infatti prima di Pasqua dovevamo fare ben una settimana di esercizi spirituali, alla fine dei quali ti veniva consegnato un santino. Chi non riceveva il santino aveva un punto di condotta in meno a scuola. Quando tornai a casa per le vacanze di Pasqua, il prete del mio paese mi confessò senza problemi, ma il giorno successivo in chiesa, durante la prima messa, mi “saltò” e non mi diede la comunione. E nella predica della seconda messa disse che “è meglio andare stolti in paradiso che istruiti all’inferno” ! Insomma, tutti i ragazzi che studiavano a Gorizia furono automaticamente scomunicati!”

Viljem studia per diventare maestro e nel 1959, vinto il concorso, gli viene offerto un posto di supplente a Tarcento. “Mi fu chiesto un “ certificato di frequenza della messa”, cosa per altro illegale e incostituzionale. Se non l’avessi presentato avevano in mente di dichiararmi “ambientalmente incompatibile” e avrei perso il posto. Ma io che nonostante l’immeritata scomunica non avevo mai smesso di recarmi in chiesa, ottenni non solo il certificato, ma ebbi anche delle note di merito da parte del parroco. Seppi poi di essere stato considerato “titino, bolscevico, maestro rosso e montanaro”. Io a quell’epoca mi sentivo tranquillo, fraterno con tutti, senza pregiudizi, fiducioso nei principi scritti nell’articolo 3 della nostra Costituzione. Dovevo però rendermi conto in breve sulla mia pelle di come stavano le cose.”

Ma per capire questo a fondo dobbiamo entrare nel clima degli anni della guerra fredda sul confine orientale. E’ Cerno stesso a descriverlo: “Qui nelle Valli del Torre, molto più che nelle valli del Natisone, si temeva l’invasione jugoslava. Il nostro territorio era completamente militarizzato, carabinieri militari e finanza ovunque, fortificazioni militari, gallerie per depositi di armi, un poligono di tiro e le famigerate “servitù militari” che impedivano anche le attività più semplici, come raccogliere le patate nel proprio campo o fare legna nel proprio bosco. Senza l’autorizzazione del comando militare di Padova anche riparare le case era considerato “modificazione dell’ambiente” rispetto alle carte topografiche militari! Qui nelle loro intenzioni doveva crearsi una specie di area desertificata, e in parte purtroppo ci sono riusciti.

Ma la cosa peggiore è che hanno creato e alimentato odio, perché i civili erano tutti tenuti sotto il controllo della Gladio, che se ne infischiava di creare possibilità di vita sul territorio, ma badava solo a ricevere voti, denaro e sostegni per sé. C’era un odio solido, e lo diffondevano, come lo diffondono ancor oggi. Ricevettero tutti gli appoggi e i posti di lavoro, e gli altri… gli altri dovettero andarsene! Anche quelli che avevano combattuto per la libertà di tutti e per la nostra democrazia. Negli anni Cinquanta abbiamo avuto il grande esodo, una dispersione totale della gente. I nostri se ne dovettero andare dopo aver combattuto sotto il fascismo in Albania, in Russia; io stesso ho degli zii che sono stati nei lager.”

In modo particolare era controllato chi, come Cerno, difendeva il dialetto e le usanze del posto, per l’aberrante equazione: parlante dialetto sloveno=filocomunista=filojugoslavo, ergo anti-italiano. “Per trovare un posto di lavoro qui, guai anche solo a difendere il dialetto, venivi accusato di essere ideologicamente inaffidabile. In tutti i paesi, da Resia fino alle valli del Natisone, tramite l’ONAIRC (Opera nazionale assistenza italiana per le regioni di confine) fu creata una scuola materna a tempo pieno, dove le maestre dovevano educare all’italianità ed estirpare la parlata locale. Fu imposta una mamma stipendiata al posto di quella naturale – puntualizza Cerno – Nelle otto frazioni di Lusevera c’erano otto asili e otto scuole elementari, un numero sproporzionato, se si pensa che a Tarcento, 8000 abitanti, c’era un solo asilo parrocchiale! “

Nel 1964 alle prime elezioni regionali, Cerno, che è maestro a Monteaperta, viene candidato nella lista socialista e ottiene un notevole numero di preferenze mettendo in minoranza nel suo paese la DC per la prima volta. Poi viene eletto in una lista civica per il comune a Lusevera (resterà 40 anni di fila nel consiglio comunale). Ma la vita è dura, viene continuamente boicottato, controllato e persino pedinato. Quando si offre per tenere gratuitamente un doposcuola ai bambini di Lusevera riesce a fare solo 2 lezioni: prefetto e sindaco intervengono e sopprimono le lezioni in dialetto locale. Nel 68 Cerno organizza per Natale una festa per il rientro degli emigranti al paese e chiama un complessino della Benecia, i “Beneški Fantje”. Immediatamente sul Friuli Sera appare a caratteri cubitali un titolo”Il confine orientale psicologicamente sguarnito!” e il Comitato Italianità Val Torre scrive: “Ma in che patria siamo?” E ancora negli anni Settanta il professor Cerno, che ha sempre difeso la cultura friulana, viene accusato pubblicamente durante una riunione della Società Filologica Friulana di essere filoslavo solo perché aveva osato – come presidente del Circolo Ivan Trinko – portare il saluto degli Sloveni del Friuli.

Cerno: “Spesso ringrazio Dio, sono stato fortunato, non mi è mai successo niente anche se mi sorvegliavano e controllavano ogni mia azione. Volevano farmi allontanare ma non riuscirono mai a trovare una motivazione per trasferirmi. Io sono colui che è sfuggito all’estirpamento, ai loro occhi sono stato “imprendibile”. C’era tanta paura nel territorio, in tutta la fascia confinaria. Solo adesso che non c’è più motivo di temere molte persone mi fermano per strada e mi dicono: “Ti ho sempre sostenuto.” La guerra psicologica consisteva nell’instillare dubbi nei genitori, negli amici, nei compaesani, nel demolire la personalità di chi difendeva la lingua e le tradizioni locali. Ma io ho sempre camminato sulla strada che credevo giusta. La fede giova, e io avevo fede nella cultura. La cultura fa conoscere le anime, i sentimenti. Con la cultura diventiamo nuove persone, stiamo accanto a chi ha bisogno. Non bisogna avere macchie, e io volevo essere d’esempio, essere irreprensibile. Adesso che sono in pensione e ho tempo, leggo i libri degli avversari e mi accorgo di quanto male volevano farmi. Con l’obbiettivo di italianizzarci ci hanno tagliato la lingua, ma non sono intervenuti per costruire possibilità di vita sul territorio. Spesso penso a quanto male hanno fatto a questa gente, un male enorme, irreparabile. Noi avremmo potuto imparare con facilità le lingue dei vicini, essere una specie di ponte. Invece hanno voluto estirpare la popolazione, desertificare il territorio. L’unica cosa buona è che quel maledetto confine non c’è più e la gente di qua e di là del confine tornerà a incontrarsi come una volta, quando si andava a piedi, i rapporti erano stretti e le nozze frequenti!”

 

 

 

 

 

Di qua e di là del Vipacco

Di qua e di là del Vipacco

La vita di Ivo Kovic e di sua moglie Iosiza, di Rupa, e quella della loro famiglia porta il segno profondo delle tragiche vicende che hanno caratterizzato la storia del secolo alle nostre spalle.

Il Vipacco scorre pigro, venendo dalla Slovenia e fluendo piano verso l’Isonzo; il confine, tagliando una sua ansa in linea retta, ha separato per 60 lunghi anni la piccola comunità di Rupa da quello che era il suo punto di riferimento, la cittadina di Miren/Mirna, a pochi km da Gorizia. A Rupa, mi attende Giovanni/Ivo Kovic, classe 1934, la cui casa natale è proprio a ridosso dell'(ex) confine.

“Deve perdonare se il mio italiano è così così, perché noi a casa parliamo sloveno” – così mi accoglie Giovanni, ma in realtà il suo italiano è ottimo e altrettanto lo è il suo friulano.

“Io sono nato sotto il fascismo, quindi sono stato battezzato Giovanni, ma mi hanno sempre chiamato Ivo. Sotto il fascismo noi sloveni eravamo perseguitati, era vietato parlare e cantare in sloveno. I nomi e cognomi sono stati italianizzati, il mio veniva scritto con la C e non con la K. Questa consonante era già un “segnale di slovenità”, e ancora in anni recenti più di qualcuno diceva: “è ora di finirla con questo kappa”. Quando ero bambino io, la scuola slovena clandestina era in soffitta per potersi accorgere in tempo se arrivavano i tedeschi.”

Il padre di Ivo si chiamava Anton Kovic, era del 1892. Sua madre, Teresa Nanut, era del   1894. Ivo era il più giovane di sei fratelli.

“Alla fine della guerra ero solo un ragazzino e non potevo fare alcuna scelta. – continua Ivo – Nel 1947 due dei miei fratelli, sapendo come sarebbe stato tracciato il confine, hanno deciso di andare a vivere in Jugoslavia. La prima è stata mia sorella Helena. Lei e suo marito Valerio Koncut, anche lui di Rupa, hanno preso in affitto una casa di là. Lui lavorava come autista. Sono andati di là nella speranza di una vita migliore, tutti dicevano che in Jugo “ci sarebbe stata l’America”. All’inizio è stata dura, durissima, non avevano nulla, però sono rimasti a vivere là e loro adesso sì che hanno l’America, i loro figli stanno bene, molto bene, sono davvero benestanti.

Anche mio fratello Carlo/Dragotin ha scelto la Jugoslavia, però lui ci è rimasto solo un anno, dall’ottobre 47 all’ottobre 48 poi è ritornato. A Merna c’era una grande fabbrica di scarpe e lui che era calzolaio lavorava lì.

Quando si è sposato, nell’ottobre 1947, con una ragazza di Vrtojba, per andare a nozze Ivo e due sorelle hanno attraversato a nuoto il Vipacco, dove si sapeva che non c’erano sentinelle, portando i vestiti in alto sulla testa.

Logicamente quando è finita la guerra eravamo tutti entusiasti all’idea di passare sotto la Jugoslavia. Per far vedere alla commissione che tracciò il confine il nostro sentire, su tutte le case c’era scritto “vogliamo la Jugoslavia”, e costruivamo archi di trionfo. Ma se siamo stati dalla parte dei partigiani non è perché eravamo comunisti, ma perché eravamo sloveni, era per la patria che combattevamo e per la libertà. Volevamo essere liberi, e pensavamo che il paese in cui si parlava la nostra lingua ci avrebbe dato anche la libertà. Ci illudevamo, si pensava che il comunismo avrebbe aiutato, ma poi si è visto che non era così, non era per niente. Molto abbiamo sofferto sotto il fascismo e guai se tornasse; però al tempo stesso in Jugo se non eri iscritto al partito non eri ben visto.

Adesso Rupa è in comune di Savogna d’Isonzo, ma prima del 1947 formava una sola comunità, sia municipale che parrocchiale, con Miren.

“Improvvisamente ci siamo ritrovati con un confine che passava giusto un metro alle spalle della chiesa, con le sentinelle che passavano su e giù nel sagrato – continua Ivo – Un vicino si è ritrovato con la casa in Italia e la stalla, legnaia e pollaio in Jugoslavia. Noi avevamo un po’ di terra di qua e un po’ di là… ma guai se con la falce ti azzardavi a tagliare un po’ di erba “di là”, veniva fuori la sentinella jugoslava con il fucile spianato. E se andavi oltre di un metro ti portava al comando, anche perché non c’era un confine fisico segnato con il filo spinato, era solo “segnado col penel bianco”.”

Ancor più assurda la situazione del cimitero di Miren che era stato tagliato a metà dal confine. Solo molti anni dopo, con il trattato di Osimo (1974), si riparò a tale follia. Ivo ricorda: “Si approfittava quando c’era un funerale per parlare con i parenti rimasti di là, perché le guardie di confine jugoslave non permettevano nemmeno di guardarsi; quando non vedevano ci si buttava qualche pacchetto di caffè, cose che là non si trovavano… “ Era molto pericoloso andare di là, io ho rischiato spesso per portare della roba ai miei. Mia sorella Helena abitava a soli 500 metri di distanza in linea d’aria, ma nel mezzo c’è il fiume Vipacco; quando arrivavo a casa accendevo una candela in soffitta come segnale, in modo che mia sorella potesse rassicurarsi sulla mia sorte.”

Josiza aggiunge con tocco femminile: “Qui sotto crescevano i bucaneve… sono sempre stati più belli oltre il confine. Ma se ti sorprendevano a raccoglierli, i graniciari ti portavano a Salkan per accertamenti, erano inflessibili, e non perdonavano. I controlli erano molto severi sia da parte jugoslava che italiana. Poi le cose sono andate migliorando pian pianino e alla fine tutto si è normalizzato.”

 La moglie di Ivo, Jozefa Sinigoj detta Josiza, è nata a Dornberk nel 1944, quindi durante l’occupazione tedesca dell’Adriatisches Kustenland. Suo papà, Ivan Sinigoj detto Janko, sotto il fascismo aveva fatto il militare a Potenza. L’Italia infatti mandava i giovani sloveni di leva in battaglioni speciali in Basilicata oppure in Sardegna, ma i soldati sloveni erano molto benvoluti (nonostante la propaganda contraria del regime) perché aiutavano la gente nel lavoro dei campi e cantavano anche in chiesa nel coro (si dice che “tre sloveni che si incontrano fanno subito un coro”).

“Noi che si pativa sotto il fascismo, noi tutti volevamo la Jugoslavia. Poi è arrivato Tito. I tempi erano duri, Mio papà era contadino ma lavorava anche per la cantina sociale e andava a prendere il vino con il carro tirato dai buoi in quei paesi piccoli dove non si poteva arrivare con i camion. A noi che eravamo contadini Tito non ci dava un lavoro in fabbrica, però non abbiamo avuto mai fame, non si aveva quel che si voleva ma non si stava male, io non mangiavo mai pane nero. E poi… in Jugoslavia avevamo un bel letto di lana e non un pagliericcio di foglie di granoturco come in Italia… (qui Josiza sorride un po’ imbarazzata). Io la prima notte di matrimonio ho dormito sulle foglie di granoturco.” “Era il letto matrimoniale di mia mamma”-puntualizza Ivo.

Jozica è venuta in Italia nel 1966 passando il confine regolarmente, con una dichiarazione doganale in quadruplice copia dove era elencato tutto il suo corredo di nozze, fazzoletto per fazzoletto, mutandina per mutandina.  

“Mi ricordo che durante la festa a un certo momento mio padre si è messo a piangere, io non capivo perché, e lui piangeva piangeva, e alla fine mi ha detto: “Piango perché vai oltre confine, è pur sempre una cosa che potrebbe separarci duramente, come è già successo e potrebbe ancora succedere. Se un giorno dovessero chiudere il confine non potrai neanche venire al cimitero”. Ma noi si era giovani e a queste cose non si pensava, erano solo 15 km di distanza, si poteva anche andare a piedi! Solo molto più tardi capii il significato di queste parole”.

Arrivando in Italia, Iosiza ebbe la sorpresa di diventare Giuseppina: il nome le fu cambiato da un impiegato dello stato civile che non sapeva lo sloveno! Così per anni e anni ebbe problemi burocratici -solo recentemente ha ottenuto i documenti italiani con il suo vero nome!

Ma man mano che il tempo passa e la confidenza aumenta, le storie che Ivo e Josiza mi raccontano si scostano da quelle, talvolta anche divertenti, che riguardano il confine e   diventano sempre più personali e più drammatiche, mettendo in luce il nodo continuamente rimosso e dimenticato da cui tutto ha preso l’avvio e che è stato la causa della guerra e di tutte le tragedie successive: il fascismo. Affiorano così la storia del padre di Ivo, fervente antifascista, morto nel 42, di un suo fratello che ha combattuto nella campagna di Grecia ma soprattutto la storia del padre di Josiza, che nel raccontarla trattiene a stento le lacrime: Ivan Sinigoj, partigiano del IX Corpus, portava il vino a Gorizia e nelle botti vuote al ritorno metteva cibo, vestiti e libri per i partigiani di Dornberk. Ma nel 1944 ci fu una spiata e fu imprigionato a Trieste. Doveva essere ucciso proprio il giorno del suo compleanno, e fu salvato solo all’ultimo momento da un amico. Nel frattempo era nata Josiza, la sua prima figlia. Aveva già due mesi e mezzo quando poté vederla per la prima volta. Ma scacciamo i fantasmi del passato e concentriamoci sul presente. “Adesso siamo di nuovo uniti come prima, quando alla festa di San Marco veniva qui a cantare il coro di Miren e portavano l’organo su un carrettino. – dice Ivo, la cui passione è il canto (infatti canta in tre cori)” E Iosiza: “Anche se non si aveva niente da dichiarare, di quel confine si aveva sempre paura. I finanzieri trovavano sempre qualcosa, controllavano anche nei biberon per cercare la grappa… per fortuna adesso è passata! Abbiamo fatto una grande festa. Vedere quella lunga fila con le torce accese è stata una cosa toccante. Avevamo bisogno di liberarci. La gioia si sentiva nel cuore e nell’aria.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il confine errante

Storie dall’ex confine/2: Il confine errante

Due nomi, tre patrie, una vita sospesa: le vicende di Emilia/Milka Klemencic, il cui destino è stato segnato dai flussi e riflussi del confine.

“Se il mio destino è stato così è perché giocavano con le frontiere”- sono le parole con cui mi accoglie Milka. Nella sua cucina il sole d’inverno disegna ghirigori brillando attraverso le tendine di pizzo lavorato al tombolo. “Mancano pochi giorni alla caduta del confine”– le dico. “Speriamo davvero che sia per sempre – sospira -Quello che ti dico adesso avevo promesso che non l’avrei mai raccontato e così è stato finora. Ma adesso le cose sono cambiate, e questa mia storia non può più danneggiare nessuno.”

Emilia/Milka Klemencic, classe 1933, è nata a Monte San Vito/Sentviska Gora, un altopiano a 22 km da Tolmino a circa 700 metri di quota, un posto molto bello. “I miei si sono sposati nel 1925. Mio padre era un bravissimo calzolaio. Mia mamma era nata a Clabuzzaro, nelle Valli del Natisone. Tutti e due quindi parlavano sloveno. Papà era nato sotto l’ Austria e non è escluso che durante la prima guerra mondiale abbia combattuto, senza saperlo, contro i fratelli della mamma! Però dopo la guerra tutta la valle dell’Isonzo e la Carniola con Postumia e Idria sono passate all’Italia. Infatti sono stata battezzata con un nome italiano.”

Quindi il confine – che per secoli era passato sullo Judrio – slitta verso Est: dopo il trattato di Rapallo del 1920 il fascismo porta avanti senza perder tempo un suo inflessibile progetto per snazionalizzare i cosiddetti “alloglotti”. I cognomi sloveni vengono cambiati, e ai bambini si mettono solo nomi italiani. Nelle scuole è proibito parlare sloveno.

 “Mia mamma faceva la cuoca nella caserma dei carabinieri lassù a Monte San Vito, e quando nel 1938 è rimasta incinta di mio fratello più piccolo, i miei nonni materni, che stavano appunto a Clabuzzaro/Brieg in Benecia, si sono offerti di tenermi con loro, per alleggerirle un po’ la fatica. E così a 5 anni mi hanno sballottato fino a Clabuzzaro dove sono rimasta, pensa, per tre anni interi. Per due mesi non ho fatto altro che piangere, e poi quando sono venuti a riprendermi non ne volevo sapere di andare con loro.”

Così Milka frequenta i primi anni delle elementari a Clabuzzaro, e torna a otto anni a Monte San Vito giusto in tempo per vivere i momenti più drammatici della guerra. Nel 1945 ha dodici anni. Un nuovo slittamento del confine, questa volta verso Ovest, la separerà brutalmente da una parte della sua famiglia.

Camminare da lepre

“Alla fine della guerra erano tempi veramente brutti, la guerra ci ha portato via tutto e siamo rimasti nella miseria. Sotto la Jugoslavia tutti i nomi italiani sono stati cambiati, il mio da Emilia è diventato Milka, che forse deriva da Ludmila, non so. Dal 45 al 47 la valle dell’Isonzo è stata zona A, sotto il controllo degli angloamericani, tanto è vero che per venirci dalla zona interna della Jugoslavia ci voleva un documento speciale. Dopo il confine è stato totalmente chiuso per qualche anno, infatti quando è morta mia nonna, a cui ero molto affezionata, era l’unica persona che mi avesse mai coccolato, non siamo potuti nemmeno andare al funerale. Invece a cominciare dal 1952 ci si poteva incontrare sul confine, al “blocco”. Noi andavamo a Solarie, da casa ci volevano 6 ore di cammino, ma non passeggiando, “camminando da lepre”!”

Sei e sei dodici, dodici ore di cammino quindi per poter vedere, solo vedere e nemmeno abbracciare, i propri parenti! Gli jugoslavi infatti potevano entrare nella terra di nessuno ma non andare oltre la sbarra italiana.

“Facevamo un piccolo “contrabbando”: burro, funghi secchi, sigarette e grappa da scambiare con riso, caffè e pasta. Tutto addosso… ma era poca roba, era per la sopravvivenza. Tutte cose incerte… come la vita! – sospira Milka – Io per vivere lavoravo a Lubiana in una famiglia. A casa non c’era un avvenire, c’era solo miseria. Erano anni in cui ero abbastanza disperata.”

I mesi più felici

La cugina Maria, che per tradizione di famiglia gestiva l’osteria di Clabuzzaro, invoglia allora la giovane Milka a passare un periodo da lei.

“Così nel 1957 ho fatto il passaporto e ho trascorso tre mesi a Clabuzzaro – continua Milka – sono stati i tre mesi più felici della mia vita, tutti mi volevano un bene dell’anima e soprattutto Maria, che ci teneva che io restassi a vivere lì ed era disposta a garantire per me. In realtà scaduti i tre mesi potevo anche restare ma temevo che mi rimandassero indietro e che sarei finita in prigione, così sono comunque tornata a casa in Jugoslavia.Il passaporto non me lo avrebbero più rinnovato e allora abbiamo cominciato a pensare a un ritorno clandestino in Italia. Maria non voleva assolutamente che passassi il confine da sola e mi ha procurato una persona pratica dei posti che mi aiutasse. Guarda, non l’ho mai detto a nessuno questo! Per tutti questi anni ho sempre detto che ero fuggita da sola, ma ora sento che ne posso finalmente parlare.”

Il giorno della fuga

Arriva finalmente il giorno destinato alla fuga. Milka rivive quelle ore: “Mia madre era andata dai vicini a sentire la radio che cantavano in resiano, a casa c’era solo mio padre. “Vado papà….”- gli ho detto. “Dove?” Mi chiede lui – Mi sono cadute le braccia, non ero preparata a questa domanda, gli ho detto che dovevo incontrarmi con Maria che mi portava il filo per lavorare a tombolo.

Sono andata a piedi fino a Tolmino (22 km, nota bene!), da lì ho preso la corriera fino a Caporetto e mi sono incontrata con una persona, uno sloveno, lui mi conosceva e si è fatto riconoscere. Abbiamo aspettato che si facesse buio, poi ci hanno portato in macchina fin quasi a Livek/Luico. Trattenevo il respiro… Era già buio, avevo tanta paura. Siamo scesi lungo un campo di patate e abbiamo camminato, camminato, non so che strada abbiamo fatto, siamo andati per sentieri e per rive, tutto in silenzio, non so dove e come siamo usciti, me lo sono chiesta in tutti questi anni…”

Come un criminale

Quando arrivano a Clabuzzaro Maria nasconde Milka in cantina nell’attesa che gli avventori dell’osteria se ne vadano a dormire. Avevano anche mandato dalla nonna Jole, una cuginetta piccola che era molto affezionata a Milka, perché se l’avesse vista sarebbe andata a raccontarlo per tutto il paese. Ma il generale clima di sospetto creato dalla guerra fredda verso tutti coloro che abitavano nelle vicinanze del confine giocherà ora una parte importante nello sfortunato destino di Milka, che così racconta: “Sono stata nascosta per tre giorni, poi ho dovuto presentarmi in caserma dalla finanza a San Volfango e poi dalla polizia a Cividale. Eravamo tutti convinti che potessi rimanere lì a Clabuzzaro senza difficoltà visto che Maria garantiva per me, ma mi hanno detto che non era possibile perché eravamo troppo vicino al confine. Mi hanno portato prima in Questura a Udine, scortata da due poliziotti, e mi hanno fatto le foto e preso le impronte digitali come a un criminale. La sera stessa con un furgone cellulare mi hanno portato alla stazione ferroviaria e mi hanno scortato fino al campo profughi di Cremona dove sono rimasta 7 lunghi mesi. Io ero veramente disperata, quella notte, non tanto per la paura che mi rimandassero indietro ma per la sensazione nettissima di andare nell’ignoto.”

Una vita sospesa

Quello di Cremona era un campo di smistamento, da cui i profughi venivano avviati altrove a seconda che emigrassero in Australia o in America, dove era richiesta la manodopera. Questa sorte sarebbe toccata anche a Milka che era stata destinata al campo di Altamura.

“Bisognava passare la commissione! Ti chiedevano perché te ne eri andato e dovevi dire che lo facevi per non stare sotto il regime comunista, non perché cercavi lavoro e una vita migliore, altrimenti ti mandavano indietro. Io ho sempre detto che ero malvista perché sotto il fascismo mia mamma era la cuoca dei carabinieri.

Il campo era una caserma in via Villa Glori, con stanzoni da trenta persone. A novembre c’era tantissima gente, anche più di 200, molti venivano dalle nostre zone oppure dalla Croazia, famiglie intere. Di quel periodo la cosa che mi è rimasta più addosso è la sensazione di incertezza. Era una vita sospesa. Noi ci sentivamo di essere un peso, che nessuno ci doveva niente.”

Nozze al campo

Nel 1958 una serie di circostanze fortunate volgono finalmente a favore di Milka: fra tutte il fatto che Giuseppe, un giovanotto di Clabuzzaro, che Milka aveva conosciuto fin da piccola al paese e che allora lavorava come cameriere a Genova, veniva spesso a trovarla a Cremona. I due decidono di sposarsi e le nozze vengono celebrate nel campo profughi nel maggio del 1958. Anche l’atto di nascita originale – con il nome in italiano – viene fatto arrivare clandestinamente, tra mille difficoltà.

“Se non mi fossi sposata non avrei avuto alcun diritto per rimanere in Italia! – aggiunge Milka – Per tanti anni siamo vissuti in giro per l’Italia cambiando spesso lavoro quando a Giuseppe offrivano un posto migliore. Ricordo quei tempi: avevamo ognuno una valigia, e tutte e due vuote! Nel 1974 siamo tornati perché Giuseppe aveva il cuore qua. Ma è proprio il Friuli il posto in cui mi sono sentita più straniera…mi dicevano “siete sclafs”, ero abituata a salutare tutti e qui non mi rispondevano. Ma io non so che nome ha la mia patria. Sono nata sotto l’Italia, cresciuta in Jugoslavia e quando torno nella mia casa natale adesso vado in Slovenia. Però attraverso la frontiera sempre con il batticuore, mi è rimasta dentro la paura. Per me se un giorno il confine sarà aperto, sarò al settimo cielo. “

 

 

 

 

 

 

 

 

Contrabbandieri sullo Judrio

Storie dall’ex confine/1: Contrabbandieri sullo Judrio 

A colloquio con Jozica Strgar, etnologa e regista, che nel suo spettacolo “Kontraband čez Idrijo” ha colto le antiche paure e le nuove speranze della gente che ha vissuto sul confine.

Ponte Clinaz, 26 dicembre 2007. Tra le tante feste per la caduta del confine con la Slovenia a cui abbiamo partecipato, questa di Ponte Clinaz, una sperduta località sul corso superiore dello Judrio, è stata certamente la più bella e spontanea: niente autorità, niente discorsi ma solo un clima di gioiosa adesione e di allegria popolare. In mezzo al ponte si incontrano e si abbracciano i primi doganieri italiani e jugoslavi che presidiavano questo remoto valico, mentre intorno a loro saltano e ballano gli Skrati, i folletti del folklore sloveno. Un Babbo Natale sloveno a cavallo e uno italiano su un carro portano regali a tutti i bambini. Si mangiano salsicce e crauti e si beve vin brulè, e si compra per ricordo uno strano “braccialetto” che altro non è che una fettina della sbarra di confine. Ma il momento più significativo, quello che tutti aspettano, è la recita dei “Contrabbandieri sullo Judrio”, giunta ormai alla trentesima replica. Questa nell’intenzione della regista dovrebbe anche essere l’ultima, proprio per suggellare la scomparsa definitiva di ogni barriera sulla valle che ha sofferto più di ogni altra per l’esistenza di quel confine che la taglia così brutalmente a metà.

Si narrano in chiave comica le vicende di vita quotidiana dei valligiani su entrambe le sponde dello Judrio negli anni Cinquanta-Sessanta, quando erano costretti per necessità a fare un piccolo contrabbando transfrontaliero: una severa poliziotta jugoslava e un finanziere italiano eseguono i controlli doganali tra l’ilarità del pubblico che è chiaramente molto coinvolto dallo spettacolo. La compagnia teatrale, “Etno-gledališka skupina Kontraband čez Idrijo” viene da Kambreško, un paesino sloveno arroccato proprio sulla cresta del monte sopra di noi. La sua animatrice è la vulcanica Jozica Strgar, classe 1956, che ha acconsentito ad approfondire l’argomento “confine” invitandoci a farle visita a casa. L’intervista con Jozica, per nulla formale, si snoda dalle nove del mattino alle tre del pomeriggio, mettendo a dura prova la mia capacità di sintesi. Il “lavoro” viene intervallato, secondo la buona tradizione dell’ospitalità slovena, da numerosi momenti adatti a ritemprare il fisico: tè con la grappa (che profuma di ciliegie), caffè, brulè, salsicce con i crauti, strudel di mele! Seduta accanto alla grande stufa nella sua casa-museo, dove vive con il marito Ivan, Jozica mi racconta un po’ la sua storia: “’Ho sempre fatto lavori etnologici come la raccolta di foto e vecchi documenti, andando a cercarli casa per casa, mentre mio marito si è dedicato alla ricerca dei reperti della prima guerra mondiale. Molti si rivolgono a me per cercare le origini delle proprie famiglie. Queste sono cose che ti riempiono l’anima. Invece l’Associazione Turistico-Ricreativa e Teatrale Globočak è nata nel 1999. La prima rappresentazione di Kontraband cez Idrijo l’abbiamo fatta il primo maggio 2004, insieme agli attori del Beneško gledališče, la storica compagnia teatrale delle valli del Natisone: portiamo in scena storie vere della valle dello Judrio, storie che mi sono state raccontate dalla gente di qui, solo incorniciate da un po’ di umorismo. Non a caso lo abbiamo chiamato “una tragicommedia”.

Ma parliamo un po’ del confine e del contrabbando: “Il confine è stato un peso, una maledizione, ma la vita non si è certo fermata. Quello che si faceva un tempo qui sullo Judrio non possiamo chiamarlo contrabbando, non era per arricchirsi, serviva solo a riempirsi un po’ lo stomaco, a sopravvivere insomma. Noi portavamo in Italia burro, uova, sigarette ma soprattutto grappa. Era consentito portare 6 uova, mezzo kg di burro e solo mezzo litro di grappa, ma figurarsi se questo limite veniva rispettato!Si facevano qui a Kambreško litri e litri di grappa perché c’erano tante di quelle susine…Con due litri di grappa potevi comperare un po’ di tutto: due kg di riso, una o due conserve, un paio di ciabatte, qualche attrezzo da lavoro che qui non si trovava. Si faceva esclusivamente baratto, non si usavano soldi. Ci si ingegnava a nascondersi la roba addosso, la grappa nelle borse dell’acqua calda, le donne avevano gli orli delle gonne con un doppio fondo…

Subito dopo la guerra chi era emigrato all’estero, di solito clandestinamente, non poteva spedire nulla ai suoi familiari in Jugoslavia e così andava a finire che mandava la roba a qualche parente in Benecìa, cioè nelle valli del Natisone. Ci volevano mesi per portare tutto di qua, perché era consentito andare in Italia solo quattro volte al mese. Anche quello era considerato contrabbando! Ma che cosa vuoi che mandassero quei poveretti, magari dei vestiti usati. Ricordo la delusione dei vestiti che venivano dal Sudamerica e che da noi non si potevano indossare e nemmeno riadattare, avevano il colore dei pappagalli…e quei soldi grandi come lenzuola che non valevano niente!”

Per andare a piedi da Kambreško a Tribil di Sopra ci si impiega circa un’ora e mezza, bisogna scendere nel fondovalle e poi risalire dall’altra parte sul crinale; negli anni Sessanta Jozica ci andava una volta al mese con la madre. Ogni volta compravano circa dieci kg di farina di mais. “Quella era compito dei bambini portarla, me lo ricordo bene io. Quando si arrivava di là a noi bambini davano una fettina di pane bianco e un pezzetto di mortadella, così sottile che attraverso ci vedevi Castelmonte, e un bicchiere di vino dolce di Puglia, ce l’ho ancora in bocca quel sapore. C’erano due negozi a Tribil e uno a Gnidovizza, trovavi tanta di quella roba che non te la puoi nemmeno immaginare, appeso al soffitto e alle pareti c’era di tutto, di tutto. Di qua in Jugoslavia non c’era lavoro, c’era miseria, finchè non hanno fatto le strade e ingrandito le fabbriche giù in fondovalle, sull’Isonzo. Erano i primi anni Settanta. Allora la gente qui ha cominciato a lavorare in fabbrica e ad avere un po’ di soldi, e il “contrabbando” non serviva più .”

Questo confine sullo Judrio nel passato non ha mai diviso la gente, che anzi per secoli si è sempre mescolata. Tutte e due le nonne di Jozica erano venute dalle valli del Natisone, ad esempio. “Qui c’erano dei grandi contadini – racconta ancora Jozica – serviva tanta manodopera per i lavori dei campi, soprattutto per la raccolta delle susine e dell’uva. I Beneciani venivano a lavorare qui ed erano anche ben pagati. La frutta cresceva sul lato soleggiato della montagna, verso l’Isonzo, e veniva esportata fino a Vienna, con la ferrovia. Fino al 1918 eravamo sotto l’Austria, poi è arrivata l’Italia e il fascismo. E’ arrivato anche l’Ente per la rinascita delle Tre Venezie, che ha concesso mutui a tasso bassissimo per poi aumentarlo subito dopo: così molte case sono state confiscate, e la gente ha dovuto abbandonarle così su due piedi, portando con sé solo lo stretto necessario. Dopo due giorni sono arrivate famiglie italiane a occupare quelle case. Il fascismo aveva proibito le usanze slovene e soprattutto l’uso della lingua slovena in pubblico, ma i bambini lo sloveno lo imparavano a casa e sapevano benissimo dove si poteva parlare e con chi. I problemi veri per noi sono nati dopo la seconda guerra mondiale, nel 1947 per l’esattezza.” Dopo il Trattato di Londra del febbraio 1947, il confine tra Italia e Jugoslavia viene di nuovo stabilito lungo il corso dello Judrio, ma la guerra fredda ormai in corso rende ora quel fiume un muro invalicabile.

Jozica continua: “Mentre poliziotti e finanzieri non hanno mai creato tensioni, i militari ci hanno reso la vita molto difficile. Se in paese arrivava qualcuno da fuori dovevi correre subito in caserma ad avvertire, altrimenti erano guai.

Tra i militari c’erano anche quelli dei servizi segreti. E tutti sanno che i soldati di guardia al confine, che provenivano principalmente dal Sud della Jugoslavia, dalla Macedonia o dal Kosovo, prendevano sette giorni di licenza se riuscivano a fermare chicchessia, e quindi erano particolarmente zelanti. Devi immaginare che una volta tutto il pendio del monte era pulito, e che in una fascia di 500 m dal confine tutti gli alberi erano stati tagliati per poter controllare ogni spostamento. Non c’era il telefono ma se uno fischiava in fondovalle tutti lo sentivano, non ci si poteva azzardare a passare il confine dove non c’era il valico perché i soldati avevano l’ordine di sparare a vista.

Noi siamo cresciuti con questo nella testa, che la polizia e i soldati ci proteggono dal pericolo che viene dall’Italia. “Se ci siamo qui noi potete dormire tranquilli” – ci dicevano di continuo. Qui da noi si diceva che nella valle dello Judrio erano tutti fascisti e quindi nemici. Non potevamo crederlo, perché avevamo dei parenti in Benecia che ci colmavano di attenzioni quando facevamo loro visita.”

Raccogliendo la preziosa testimonianza di Jozica capisco sempre più a fondo la gioia per la caduta del confine mista quasi a incredulità. Forse siamo andati a così tante feste perché quasi non riusciamo a credere che sia vero. “Oggi molte cose sono difficili da immaginare -conclude Jozica – anzi per i giovani quello che scriverai sarà come una favola. Ogni centimetro di questo confine ha una storia che si può raccontare a puntate, e ferite che sono difficili da rimarginare, e molti di quelli che vivono qui hanno ancora paura di parlare. Io dico che noi, che siamo nati dopo e non abbiamo colpa, abbiamo il dovere di superare tutto questo.”

 

 

 

 

 

 

Mlaja, il castagno secolare di Grimacco

Tutta su antichi sentieri, è un’escursione entusiasmante che porta al cospetto di un monumento vegetale ancora poco noto.

Gita effettuata il 9 febbraio 2018, dislivello circa 400 metri in salita, da Liessa (250 m) al passo di S. Martino (655 m)

Parcheggiata l’auto accanto alla chiesa parrocchiale di Liessa, una scalinata cementata conduce alla strada che porta a Grimacco; va percorsa per qualche centinaio di metri fino a che appare evidente sulla destra un sentierino nel bosco. Questo sentiero, non segnalato ma molto evidente, è ora largo e agevole, ora piuttosto scomodo, ma conduce senza problemi alcuni al piccolo borgo di Brida Inferiore, dopo aver intersecato due volte la strada asfaltata. Questo gruppo di case è solo il primo di una serie di abitati isolati (che tutti assieme formano il “comune sparso” di Grimacco) dalle caratteristiche rurali ancora ben conservate, dove ogni casa, ogni angolo è interessante. Qui ad esempio sul muro di una casa è possibile osservare una grande, sia pur malandata, “zbrinča”, cioè un cesto molto particolare che serviva a portare a casa, bilanciandolo sulla testa, il fieno o le foglie secche. Dal centro del borgo si diparte un sentiero (segnalato da un cartello) che in pochi minuti porta a Brida Superiore: la magnifica esposizione a sud permette a salvia e rosmarino di crescere rigogliosi negli orti! Attraversato tutto il borgo, di fronte a varie possibilità ho scelto il sentiero a mezza costa che stando grosso modo parallelo al di sopra della strada, porta a superare due torrentelli. Da come è ben tracciato e dalla fattura di un ponticello di pietra, non vi è dubbio che si tratti qui dell’antica viabilità che collegava i vari nuclei abitati prima della costruzione della strada. Comunque alla strada in una decina di minuti si arriva, e dopo un brevissimo tratto di asfalto si entra nel borgo di Plátaz, che ci accoglie con una bella fontana sormontata da un leone. Anche qui si attraversa il borgo ammirando le architetture rurali, e si imbocca una pista forestale inerbita che sale all’ultimo borgo, Canálaz. Qui nella grandiosa esposizione al sole prosperano addirittura delle palme! Di nuovo attraverso il paese, passo accanto prima alla fontana, poi a un grande kozolec e in pochi minuti arrivo al grande castagno. Il bosco è spoglio e così la pianta si lascia ammirare in tutta la sua grandiosità. Il suo tronco è composto da almeno due fusti che si sono uniti assieme e l’effetto è notevole. Ai piedi della pianta – ed è una cosa che ho veramente apprezzato –  c’è una cassettina metallica che contiene non solo “il libro di vetta” per le firme, ma anche un foglio con una sintetica e bella descrizione dell’albero e del suo significato. Sì, uso la parola significato: perchè “Mlaja” nella parlata locale significa nuovo germoglio, in quanto proprio da questo castagno venivano prelevati i germogli atti a innestare e guarire le altre piante malate”.

A oggi non è stata ancora determinata con certezza tipologia e età di questa immensa pianta, apprendo ancora dalla descrizione. Sicuramente a prima vista direi che può competere con i più famosi (relativamente) castagni di Pegliano, in comune di Pulfero. La sua circonferenza è grosso modo di 9 metri.

Continuando ancora sul sentiero si sbuca immediatamente sulla strada asfaltata in prossimità del passo di san Martino; io invece torno sui miei passi fino a Plataz dove cerco il sentiero “nero” per Grimacco Superiore. Il suo inizio, sulla sinistra, poco dopo l’ultima casa, è reso evidente da un nastro bianco e rosso rimasto da qualche passata gara podistica: sia reso in questo caso il giusto merito alle marcelonghe che permettono di tenere aperti questi sentieri! Qui è stato fatto un bel po’ di lavoro per tagliare gli invadentissimi rovi! Il percorso, non segnalato ma evidente, scende a raggiungere Grimacco Superiore, un grappolo di case ora malconce, ora ristrutturate, ma ognuna con il suo carattere, e una bella fontana. Qui volendo andare verso Clastra si può prendere la pista forestale che percorre lungamente la montagna passando per Prehod.

Scendo un po’ lungo l’asfalto e immediatamente al primo bivio si stacca un sentierino che porta in pochi minuti a Grimacco Inferiore, con caratteristiche analoghe a quelle del suo omonimo superiore. Lo attraverso tutto su un nastro asfaltato che finisce all’ultima casa e si trasforma in sentiero. Scendo nel bosco e in 10 minuti circa mi ritrovo sulla strada che scende a Liessa, e in altri 10 minuti torno al mio punto di partenza.

Passando di qua con tutto l’agio del mondo, a piedi con andamento lento e non in auto tallonata da altre auto, ho potuto ammirare il torrente Cosizza ai due lati del ponte, le sue rocce e il bellissimo colore verde delle sue acque. Ma anche la grande chiesa bianca di Liessa, con il mosaico raffigurante Santa Barbara sulla facciata, il magnifico portone di bronzo spalancato sulla penombra accogliente dell’interno e il pavimento di piastrelle bianche, rosse e nere merita una sosta non frettolosa.

Ho cercato di raccontare il mio giro in modo abbastanza dettagliato in modo che si possa ripetere, ma senza entrare nei minimi dettagli dell’itinerario, perché non solo è abbastanza facile, ma anche perché il piacere dato dei sentieri “neri”, dell’antica viabilità non segnata CAI, consiste proprio nell’andare alla scoperta. Sono attrezzata con una carta Tabacco al 25.000 sia digitale che, appunto, cartacea. Talora tra le due vi sono leggere discrepanze. Utilizzando il servizio di tracciamento del percorso (pallino rosso) sapremo sempre il punto esatto in cui ci troviamo e alla fine potremo rivedere con gran soddisfazione la strada percorsa.

Le vette sono per i sognatori: incontro con Nives Meroi e Romano Benet

Nel lontano gennaio 2005 intervistavo per “IL NUOVO” la coppia di alpinisti che pochi giorni fa (11 maggio 2017) ha completato la salita a tutti e 14 gli Ottomila dell’Himalaya. La ripropongo ora, orgogliosa  di Nives e Romano, e commossa per quanto vi ritrovo e che avevo dimenticato. Nives e Romano non sono cambiati affatto, come si potrà notare! 

Lasciata la pianura nebbiosa, nella Val Canale splende il sole e più su la piana di Fusine è di un biancore accecante. Leggi tutto “Le vette sono per i sognatori: incontro con Nives Meroi e Romano Benet”

Mestre di mont: Varna Mansutti

Ricordi e riflessioni di Varna Mansutti, maestra di montagna, che negli anni Sessanta ha insegnato nei più remoti paesi del Canal del Ferro.

Friuli, censimento del 1921: nel comune di Moggio la borgata di Moggessa di Qua conta 135 abitanti, Moggessa di Là 110; Stavoli ne ha ben 175; l’attuale Chiusaforte centro conta 1544 abitanti, mentre oltre il Fella Raccolana fa comune a sé con 1569 abitanti, di cui 143 a Patoc, 97 a Pezzeit, 107 a Tamaroz; Dogna con il suo canale ne ha 1542 (oggi 260!!); in val Resia la sola Stolvizza ne ha 720. Sono passati novant’anni e la popolazione è stata letteralmente “decimata”, ma ancora nei primi anni Sessanta del secolo scorso in ognuno di questi paesi c’era una scuola. Leggi tutto “Mestre di mont: Varna Mansutti”

Puestine di mont: Elena Tavella

“Che male c’è se un postino di montagna dà un passaggio a una vecchietta che stenta a fare la strada di casa in un giorno afoso d’estate? E’ inutile andare a messa la domenica, mi pare, e poi lasciare che gli anziani tirino le cuoia su pa la rive!” Comincia così la mia intervista a Elena Tavella, puestine di mont, che con la grinta che la contraddistingue entra subito nel vivo dei problemi senza tanti preamboli.

Elena è diventata postina quasi per caso, per poi scoprire che è davvero il lavoro che fa per lei. Purtroppo attualmente è disoccupata perchè, pur avendo accumulato molto punteggio con il lavoro precario trimestrale, questo non le serve a nulla perché le graduatorie sono chiuse e le nuove regole per l’assunzione degli avventizi varate nel 2009 prevedono una sola chiamata all’anno. Ma procediamo con ordine. Leggi tutto “Puestine di mont: Elena Tavella”

In giro per la Val Aupa

Val Aupa mon amour: se non fosse un po’ sopra le righe, sarebbe questo il titolo che vorrei dare a questa serie dedicata alla Val Aupa, una valle che mi ha sempre affascinato per gli angoli sconosciuti che racchiude e per i suoi abitanti così in sintonia con quel territorio. Ma cominciamo un po’ a conoscerla da vicino, percorrendola (possibilmente a piedi) e osservandone i fiumi e le montagne, per poi soffermarci in modo particolare a Dordolla, un paese “che resiste”. Lesen Sie hier die deutsche Fassung 🇩🇪 Leggi tutto “In giro per la Val Aupa”

Genius loci della Val Aupa

La val Aupa mi ha sempre affascinato, come se i suoi abitanti, schivi ed enigmatici, concentrassero l’essenzialità del genius loci che a me – abitante della pianura – sfuggiva.Solo poco tempo fa la lettura dell’illuminante libro di Franco La Cecla “Mente locale” mi ha chiarito con acute considerazioni come le persone di un posto si rapportino a quel posto stesso, come l’abitare sia una conversazione ininterrotta tra la nostra presenza e quella dei luoghi. E il poeta americano Wallace Stevens ci ricorda che “l‘anima è composta dal mondo esterno” e che “ci sono abitanti di una valle che sono quella valle”.

Recentemente ho avuto la fortuna di intervistare Elena Not e Corrado Druidi, una coppia di Dordolla che conosce a fondo i misconosciuti tesori culturali, vegetali e culinari della Val Aupa, e che ha acconsentito a condividerli con me. Leggi tutto “Genius loci della Val Aupa”

Val Aupa: gli ultimi pastori di Flop

Una volta c’erano molte malghe in val Aupa, nonostante l’asprezza del suolo, e avevano nomi enigmatici o evocativi come Vualt, Liûs, Palis di Liûs, Ladussêt, Giouf di Fau, Flop, Foran da la Gjaline, Cimadôrs. Oggi alcune sono state ristrutturate e vengono usate come bivacchi, di altre non è rimasta quasi alcuna traccia in mezzo all’invadente vegetazione di ortiche e lamponi.

Fienagione in Flop negli anni Sessanta

A salvare dall’oblio della memoria le storie di malga Flop, ai piedi della Sfinge, sul sentiero che oggi porta al Rifugio Grauzaria, è Corrado Druidi, classe 1947, di Dordolla. Leggi tutto “Val Aupa: gli ultimi pastori di Flop”

I Blumarji di Montefosca

Ogni anno, l’ultima domenica di carnevale, a Montefosca, piccola frazione montana di Pulfero, si ripete la corsa dei Blumarji, le strane maschere che non hanno assolutamente uguali in tutto l’arco alpino orientale, né in Italia né in Slovenia. Hier lesen Sie die deutsche Fassung.🇩🇪

Montefosca/Črni Vrh: sarebbe già sufficiente il nome per andarci. Ma oltre al fascino del toponimo e del Carnevale c’è anche un terzo motivo di interesse: è l’unico paese delle Valli del Natisone in cui vi è ancora una latteria funzionante, dove ancora per le strade si sente l’odore delle stalle e del fieno. Ci sono due modi per andarci. Una lunga lunga strada si inerpica a tornanti da Stupizza su per Zapotocco e Calla. Leggi tutto “I Blumarji di Montefosca”

Benvenuti su “Andamento lento”

Il nostro nuovo sito, che riprende il titolo di un nostro libro di itinerari del 2005, vuole presentare approfondimenti su persone e paesi del Friuli Venezia Giulia, storie di voci deboli e paesaggi fragili, resoconti di nostri vagabondaggi reali, letterari, fotografici e nella storia. Cominciamo con un assaggio dei reportage pubblicati fino al 2009 sul settimanale “IL NUOVO” e che ci manca tanto!

Val Dogna: Tutta una valle in un uomo

Attraverso lo sguardo acuto di Pietro Compassi di Roncheschin ripercorriamo quasi un secolo di storia e la vita dell’intera val Dogna.

“Sfrecciando sul gigantesco viadotto che sovrasta il paese, in molti si saranno chiesti cosa ci sia nell’anima di Dogna: il paese finisce lì, sotto le infrastrutture viarie, oppure custodisce ancora qualcosa?” Così inizia il bel libro “Dogne si conte…cu le vôs dai nonos”, che raccoglie una serie di testimonianze suiborghi – ormai in gran parte abbandonati – della val Dogna.

Leggi tutto “Val Dogna: Tutta una valle in un uomo”