Elvia, custode della biodiversità a Forni di Sopra

A Chiandarens, piccola borgata di Forni di Sopra sulla strada per il passo della Mauria, c’è un pezzetto di paradiso. E’ qui che d’estate vive Elvia Schiaulini con il marito Eligio. Se, salendo al Rifugio Giaf, si passa a piedi non puoi non vederlo: si chiama Tarmau.

E’ un’armoniosa costruzione in muratura e in legno, e sulle travi scure della casa spiccano i gerani rossi e le petunie viola a profusione. Tutt’intorno uno splendido, curatissimo giardino, una gorgogliante fontana e poi, sul dolce pendio alle spalle della casa, un grande orto alpino con aiuole di lamponi e di mirtilli, zucchine e finocchi, radicchi e insalate, fagioli e addirittura mais di un’antica varietà autoctona.

 
Uno scorcio dell’orto

Elvia, la “signora” di Tarmau, coltiva e cura tutto questo con passione e competenza, vigila come un nume tutelare l’ingresso della val di Giaf e scorrazza i suoi nipotini con la sua fuoristrada carnica, un’Ape.

Ma quale è la storia personale di Elvia? Sentiamola dalla sua stessa voce: “Sono nata e cresciuta a Forni di Sopra. Quand’ero bambina, nei primi anni Sessanta, in estate venivo qui a Tarmau con la mia nonna e le mie zie. Solo grazie a questo ho un ricordo così vivo della vita contadina di quel tempo, alcuni dei  miei coetanei non l’hanno più vista con i loro occhi.

Eppure l’agricoltura non mi aveva mai particolarmente interessato finché non ho messo su famiglia. Ero sposata da poco e avevo due bambine piccole: mi è venuta spontanea l’esigenza di dare loro dei cibi il più possibile naturali e allora ho cominciato a coltivare un orto. Nel 1983 la Provincia di Udine dava un contributo per la coltivazione di fragole e lamponi e voleva promuovere l’immagine della zona come “la vallata dei piccoli frutti”. 

 
Clima ideale per i lamponi!

Non si trattava di una coltivazione tradizionale ma il terreno si prestava bene e i risultati furono ottimi, soprattutto nei primi anni. A Forni eravamo un gruppo di sei persone  e coltivavamo anche erbe officinali. Avevamo anche l’assistenza tecnica dei periti Costantini, De Infanti e Fabbro che ci seguivano regolarmente.  Vendevamo i nostri prodotti  in un chioschetto in piazza a Forni oltre che alla cooperativa Agricarnia che era stata costituita proprio per occuparsi della commercializzazione dei prodotti.

 
Verdure a profusione!

Questa esperienza è durata fino al 1997, con molta soddisfazione di tutti. Ora io continuo a coltivare per diletto, per il semplice piacere di vedere crescere le piante e per conservarne le vecchie varietà. Sono andata a cercare i vecchi fagioli casa per casa e abbiamo collaborato anche con l’Università di Udine per i progetti sulla biodiversità coltivata. Vedi ad esempio questi fagioli rossi screziati? Si tratta della varietà detta Militons e sono tipici di Forni di Sopra. Sono adatti soprattutto per le minestre e hanno una buccia molto tenera.

 
I fagioli Militons

Ci sono poi i fagioli bolsons (tipo S.Anna), chei dal vuolichei dal vedufchei dal Cociu e tanti altri. Tantissimi sono adatti, oltre che per essere seccati, anche per essere mangiati in insalata con tutto il baccello verde, insomma quello che voi in Friuli chiamate “tegoline” e che noi qui a Forni chiamiamo “da salata”. Ti dirò che qui nella val Tagliamento il posto proprio ideale per i fagioli è Forni di Sotto, a 700 metri di quota, qui siamo già un tantino al limite con l’altezza. Se il tempo è inclemente i fagioli non arrivano a maturare e infatti bisogna sempre avere il seme di riserva per due anni. Anche le brinate precoci in primavera o in autunno – che capitano abbastanza spesso – potevano mettere a repentaglio tutto il raccolto. agli anni Cinquanta del secolo scorso la principale attività agricola a Forni era comunque la coltivazione del mais. 

 
Piccole ma belle, le pannocchie di Forni

Di questo  mais Elvia continua a coltivare una varietà autoctona di cui però non conosce il nome. Pensa che anche una volta ne esistesse una sola varietà, se si fa eccezione per il cinquantino. Le pannocchie che mi mostra sono piccole, molto compatte, di un colore giallo-arancione carico, i chicchi sono traslucidi, disposti  in file un po’ irregolari. Sono belle, dei piccoli capolavori della natura. Elvia le porta al mulino di Godo (a Gemona) e così si procura un’ottima farina macinata a pietra.

Ma Elvia ha molte altre cose da raccontare riguardo al mais, ascoltiamola: “Non venivano usate altre farine che non fossero farina di mais. Tutto il fondovalle era coltivato a mais, e all’inizio del Novecento c’erano ben 5 mulini per macinare la farina di mais. Questo, insieme ai prodotti dell’orto e dell’allevamento,  rendeva la popolazione quasi autosufficiente dal punto di vista alimentare: le uniche cose che dovevano essere comperate  erano il sale (necessario anche per gli animali) e lo zucchero. Si barattava allora il burro, di cui c’era una discreta produzione. Al posto dell’olio veniva usato il burro cotto (ont), che si conservava nella grande pietra scavata chiamata piera da l’ont.

 
La piera da l’ont

I campi venivano vangati-seminati- lavorati a mano quasi esclusivamente dalle donne e dai bambini, perché gli uomini in estate emigravano tutti (un’emigrazione stagionale, nella maggior parte dei casi). Dobbiamo immaginarci, e oggi che il bosco ha ripreso il sopravvento non è affatto facile, che ogni minimo fazzoletto di terreno, sia a valle che sui pendii delle montagne circostanti, veniva falciato per procurare il fieno necessario in inverno agli animali. Questo è durato fino agli anni Sessanta, poi tutto è cambiato perché il turismo aveva portato un po’ di soldi, mentre l’agricoltura, che era stata sempre e soltanto un mezzo di pura sopravvivenza, veniva progressivamente abbandonata. Alla prima occasione …molât dut! Il lavoro dei campi era sinonimo di miseria tout court. Tutto veniva fatto a mano: concimare, falciare, rastrellare e tutto veniva fatto dalle donne che avevano una gerla per ogni circostanza: guai a tornare a casa a mani vuote, non esisteva il concetto di “andare a passeggio” per diletto, ogni spostarsi rispondeva a uno scopo ben preciso!” le vecchie varietà di patate Elvia ha solo espressioni di rimpianto: le patate viola di un tempo erano bielas e grandas, ma sono “sùdas”,  bellissimo termine fornese per dire “andate, finite”. Comunque crescono molto bene nel suo orto sia le patate  bianche che quelle rosse, anche se non sono delle vecchie varietà. Crescono bene anche i cavoli cappucci (cjapûs), il radicchio di tutti i tipi, le bietole rosse (bietolas), le cipolle, i finocchi  e l’erba cipollina.

 
Fronzute piante di finocchio

Si apre così il grande capitolo delle erbe officinali e medicinali che venivano coltivate soprattutto per curare gli animali, che si trovavano spesso ad avere nell’economia un ruolo più importante degli umani: le mucche erano la vita, la sopravvivenza della famiglia e perderne una era una disgrazia inimmaginabile. La malva serviva come antiinfiammatorio, come pure la salvia. Le foglie delle rape, chiamate in fornese “tarabanas”,  si mettevano a seccare in mazzi e si usavano per farne un beverone terapeutico (bivaròn) per le mucche quando stavano per partorire. In questi beveroni si mettevano le cartufulas (topinambur, venivano usate solo per le vacche) e spesso si aggiungevano anche dei pomalùs (patatine piccole) per fare sostanza. D’autunno le donne che avevano ancora animali nelle case di montagna preparavano questi “minestroni” bollendo i vari ingredienti in un pentolone poggiato su quattro sassi su un fuoco all’aperto. Questo vivido ricordo commuove quasi Elvia nei cui occhi sembra di rivivere la scena un po’ magica: ma i bambini, mi precisa, si mettevano intorno al fuoco non tanto perché affascinati dalle scintille che si alzavano nel buio quanto dalla possibilità di rubare qualche patatina bollita che aveva assorbito il sapore delle erbe!

 
 

Per sé le donne coltivavano sempre nell’orto l’achillea dalle virtù cicatrizzanti (non a caso detta in fornese “stagnadora”), e  non mancavano mai di tenersene un po’  in tasca (ta la fonda); la camomilla; il  papavero (usavano i semi contro il mal di denti). Con le bacche del sambuco (saiuc) veniva preparato un mosto che dato a cucchiaini – come fosse stato un prezioso elisir – serviva contro la tosse e il raffreddore. Elvia si rammarica di non averne mai posseduta la ricetta; mi racconta di avere fatto molti tentativi ma di non essere mai riuscita a ricreare quel fluido “denso e buonissimo”. 

In primavera si raccoglievano tutte le erbe selvatiche con cui si preparava il “tocjo da las vuoras” (dei lavori): grisulò , vorela di lievarsedala (acetosella), salvia, arbas (tarassaco).

La logica continuazione del racconto di Elvia sulla vita contadina di Forni è la visita alla Casina da Vîc, il nuovissimo museo della vita contadina fornese che lei stessa ha contribuito in parte determinante ad allestire. E’ nel grande edificio della ex latteria di Vico, lo stesso in cui si trova la sede del CAI di Forni e l’ufficio postale. L’entrata tuttavia non è sulla strada principale ma in una stradina secondaria, via Madonna della Salute, pochi metri più in basso. Nell’ingresso ci accoglie una scena invernale di slitte che scendono cariche dalla montagna, affiancate da vari manufatti, sempre legati al periodo invernale come palas da neif, slittini e ciaspas.

 
Le tipiche ciaspe fornesi

Da notare che le ciaspe tradizionali fornesi sono rotonde. Elvia mi racconta della doséna”, la “dozzina”, che consisteva nell’obbligo per ogni famiglia di spalare dalla neve 12 metri della strada principale. E non manca la “cana per doséna”, un’asta per misurare i dodici metri di cui sopra, che sono probabilmente un’antica misura longobarda. Entrati nel museo vero e proprio troviamo la ricostruzione di una tipica cucina fornese. La scafa (piattaia) consente anche di sistemare i secchi dell’acqua. Le prime suppellettili erano di legno, fatte a mano da ogni singola famiglia, mentre man mano che le famiglie cominciavano ad avere qualche disponibilità di denaro liquido cominciavano ad acquistare vasellame di coccio.

Per ricordare la filatura ci sono tutti gli attrezzi fra cui la corleta (filatoio); nella zona di Forni si coltivavano la canapa e il lino; le donne andavano in Cadore per barattare la lana bianca già filata con quella colorata. Elvia ricorda che sua nonna ancora parlava di “andare a cambiare la lana”.

 
La corleta

Si passa quindi nella grande sala per la lavorazione del latte, dove le stesse dimensioni delle due caldaie di rame (una da 14 e una da 16 quintali) la dicono lunga sull’importanza dell’allevamento del bestiame. Questa latteria, fondata nel 1895, aveva un unico dipendente fisso e stipendiato, il casaro; per il resto il lavoro veniva effettuato a turno (infatti è una “latteria turnaria”) dai soci nella misura di una settimana per ogni mucca posseduta. 

 
Le grandi caldaie per il latte

Si possono osservare le varie tâlz, cioè le sagome di legno per i formaggi, las pegnas dal lat, contenitori per portare il latte in latteria, che fino agli anni Venti erano in legno e poi in metallo, bellissimi stampi per il burro lavorati (ce n’è uno anche da 5 kg!), la piera da l’ont per conservare il burro cotto, i butisins, fiaschette per conservare il siero inacidito (sarlai) che veniva usato al posto dell’aceto come condimento. Elvia mette in risalto come l’economia agricola del paese fosse basata principalmente sul grande  e misconosciuto lavoro delle donne. “A differenza che in altre aree alpine come il Sudtirolo, qui da noi gli uomini che aiutavano le donne nel lavoro dei campi erano quasi derisi…qui gli uomini risparmiavano su tutto, anche sul mulo!” osserva Elvia amaramente.

 
Las pramidoras

Questo è ancora più evidente nell’ultima sala del museo, dove sono esposti i vari tipi di gerla e i sistemi di trasporto (a spalla, a spalla di donna!)per ogni tipo di lavoro agricolo. Si va dalle pramidoras per trasportare il fieno alle gerle per il trasporto del letame o delle foglie secche (fuoia) per fare la lettiera agli animali. Ci sono poi tutti gli attrezzi per tagliare il fieno, per lavorare la canapa, las refas (telai per portare la legna), l’agai (arconcello per i secchi dell’acqua) ecc.

Ogni attrezzo è diverso dall’altro, tutti hanno una loro ben precisa individualità perché non erano fatti in serie ma ogni famiglia si fabbricava il suo. Interessantissimi gli zoccoli di legno (lapas) che diventavano dalbidas quando venivano applicati sulla suola i ramponi di ferro di varie fogge, indispensabili per il lavoro sui prati ripidissimi che circondano il paese.

 
L’albero degli zoccoli

Le sale del museo, oltre allo stretto interesse storico ed etnografico, sono anche belle da vedere, gli oggetti sono disposti in modo artistico e formano inedite composizioni come il grande fiore formato con le lame delle vecchie falci che è diventato un po’ il logo del Museo.

 
Fior di falci 

Sono stupende poi le grandi foto in bianconero esposte alle pareti e aiutano la nostra immaginazione a capire la vita di un tempo. Provengono da una raccolta che era alla base del libro  – ahimè introvabile! – di Alfio Anziutti “Se ch’i rioni – Come eravamo”, edito dai Circoli Culturali della Carnia. Sarebbe bello, in futuro, poterlo trovare in vendita qui!

La visita guidata al museo viene effettuata tutto l’anno di sabato e di domenica dalle 17 alle 18, in luglio e in agosto il museo è aperto tutti i giorni dalle 17 alle 19. Ci si può eventualmente accordare su altri orari telefonando all’Ufficio di Accoglienza turistica di Forni di Sopra allo 0433-886767.